Chi me l’ha fatto fare? Ovvero due italiane all’estero che decidono di aprire un blog


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C’è sempre un momento preciso, nella vita di un italiano all'estero, in cui si pensa: “Chi me l'ha fatto fare?”.

Quel momento a me è capitato un giorno di inizio Maggio 2011.

Sto cercando di capire come arrivare alla fermata del bus per il Campus dell'Università che, ne ero sicura, mi aveva sponsorizzato un Master in Economia compiendo un grosso errore di valutazione. Insomma, sono lì, appena uscita dall’immenso garbuglio della metropolitana di Toronto e non capisco perché i segnali del bus sono all'improvviso spariti.

“Chiedere informazioni?” Non ci pensavo nemmeno. Il mio inglese era già tanto se mi permetteva di sussurrare un “sorry” sbiadito se, tra la folla, qualcuno mi urtava.

Ad un certo punto, disperata, mi attacco al cellulare e, dopo aver chiamato il mio fidanzato (io già in panico e lui già pentito della nostra scelta di andare a convivere), accendo il 3G per guardare la mappa della città. Vedo che la stazione dei bus è proprio lì a due passi. Mi avvio contenta, compiaciuta di me stessa, come se avessi fatto chissà quale impresa storica. Vedo l’ingresso dalla strada. Entro con il sorriso, mi sto per sistemare gli occhiali da sole, atteggiandomi da canadese consumata, quando dal bus parcheggiato a lato banchina arriva una strombazzata storica che mi fa sobbalzare. “Ma cosa cavolo fa, sto cretino, è impazzito?” penso tra me e me. Lo guardo con un misto di irritazione e compassione che nemmeno ai lavavetri abusivi in centro a Milano. Vedo che però il suddetto cretino è veramente arrabbiato. E ce l’ha con me. “Con me?!” Suona di nuovo il clacson mentre dalla banchina mi urlano qualcosa in inglese che ovviamente non capisco. Cerco di sorridere anche se sono verde dalla paura. Addio atteggiamento canadese. A quel punto questo scende dal bus, veramente fuori di sé. È un signore afroamericano sulla cinquantina, me lo ricordo come se fosse ieri. Alto, rasato e, ripeto, incazzato nero (lasciatemi passare il gioco di parole). Arriva a due centimetri dal mio naso, mi guarda e mi chiede se sono cieca.

Per la buona riuscita del blog, diciamo che mi chiese se fossi cieca. Capii veramente così allora. O forse no. Molto probabilmente interpretai. Non capivo l’inglese accademico, figurarsi quello degli autisti degli autobus, per di più afroamericani.

Cerco di balbettare qualcosa, quello ribatte, io non capisco un cavolo (non potevo interpretare, l’immaginazione stava facendo cilecca), lui si spazientisce mi afferra per la mano e mi porta davanti al varco che due minuti prima avevo imboccato contenta ed orgogliosa. A quel punto vedo un cartello di quelli da divieto, con una persona nera stilizzata su sfondo bianco, circondato da quel rotondo rosso che universalmente vuol dire "Ocio che non si può fare". Sotto, per essere chiari, c'era scritto: “Do not enter. Fines up to 500 CAD”. Ero entrata dall’ingresso dei bus, sulla strada, senza pagare nessun ticket ed infrangendo la legge, oltre che rischiando la vita. Ecco, in quel momento, rossa come un peperone, con gli occhi che bruciano per le lacrime trattenute, ho pensato per la prima volta: “ma chi me l ha fatto fare?” E, balbettando un: “Sorry I am Italian” (la Scusa Universale per noi italiani all’estero) mi allontano, cercando l’ingresso dei pedoni.

Solo in seguito realizzai che l’ingresso era direttamente collegato con la metropolitana che avevo preso per arrivare fino a lì e non avrei dovuto pagare nessun biglietto supplementare per la corsa.

Tutto questo per dire che: sono rimasta in Canada, a Toronto, 4 anni della mia vita. Ho sempre frequentato quell’ Università (che poi alla fine non fece un errore di valutazione, ci tengo a sottolineare). Due erano le possibili strade da percorrere per arrivare a scuola. Una, la più breve, era quella che presi quel fatidico giorno di Maggio del 2011. Da allora, non l’ho mai più presa.

 

Questo blog nasce per raccontare questo ed altri episodi simili, capitati e noi due e a moltissimi amici che vivono all’estero. Perché, ripeto, capita sempre a noi espatriati, di pensare che abbiamo sbagliato tutto, che potevamo starcene a casa nostra, la nostra bella Italia, a mangiare spaghetti al ragù e a suonare il mandolino invece che partire all’avventura. Ma non siamo soli. Facciamoci forza.

Chiara

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