Chi me l’ha fatto fare (di scegliere la Svezia)?


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Ma tra tutti i posti dove potevi andare a vivere, perché proprio in Svezia?

É questa la domanda che, da quando ho deciso di partire, mi sono sentita rivolgere più spesso. Non solo dai miei amici italiani, ma anche - preoccupantemente - dagli svedesi stessi.

Sinceramente all’inizio, a parte l’ovvia risposta “per lavoro”, non avevo molte altre giustificazioni. Avevo forse anch’io in mente che avrei passato i successivi tre anni della mia vita ad accendere lumini e candele per combattere il buio perenne mentre fuori, al freddo e al gelo, due metri di neve avrebbero ricoperto ogni cosa. Una prospettiva che - in effetti - all’inizio di quest’avventura mi era parsa piuttosto reale. Eh sì, perché tutto è iniziato non nel bel mezzo dell’estate, ma proprio in pieno - pienissimo - inverno: Gennaio 2014. In quel periodo sono volata per la prima volta a Göteborg per fare i colloqui di ammissione al programma di specialità. Temperatura diurna -7°C, con picchi di gelo che arrivavano anche a -13°C. Una media di tre ore e mezzo di luce solare al giorno, più due orette di leggera luminosità che scompariva veloce all’orizzonte. Di primo impatto la città mi era sembrata carina: non troppo grande né troppo caotica. Tutt'altro: diciamo che, con quel clima, era tanto se riuscivi ad incrociare qualsiasi essere vivente per strada.

Mi sono fermata in Svezia per soli due giorni, giusto il tempo per fare i colloqui e per congelarmi fin nel midollo. Infatti, siccome volevo fare una buona prima impressione durante le interviste, il mio DNA da tipica donna italiana aveva dato il meglio di sé ed ero così riuscita a comprimere nel mio piccolo bagaglio a mano una quantità di vestiti incredibile (che neanche Mago Merlino ne “La Spada della Roccia”). Avevo di tutto: da quello “casual-ma-non-troppo” a quello “formale-ed-elegante” perché non si sa maiIl tutto a discapito di un abbigliamento più goffo, ma decisamente più caldo ed adatto alla situazione climatica svedese.

La buona impressione tutto sommato devo anche averla fatta, di certo però non per com’ero vestita: l’abbigliamento formale tipico dei colloqui di lavoro, infatti, ce l’avevo solo io. Gli svedesi, dal canto loro, si erano presentati tutti belli caldi e comodi nei loro vestiti invernali - leggi vestiti da schifo - fregandosene altamente delle (nostre?) etichette.

Per farla breve, sono riuscita a sopravvivere a quei due giorni ed in Svezia ci sono tornata qualche mese più tardi. Fortunatamente ad Agosto. La seconda impressione non poteva che essere più diversa dalla prima. Appena uscita dall’aeroporto mi sono ritrovata immersa in paesaggi da favola: enormi distese di prati verdissimi circondavano la periferia della città, boschetti di pini costeggiavano ovunque laghetti naturali ed erano qua e là intervallati da piccole casette di legno rosse. La città era piena di vita: sembrava che tutti volessero stare fuori al sole il più possibile - il che, in quel periodo, equivaleva a dire che, anche alle 4 del mattino, trovavi sempre in giro qualcuno pronto a sorriderti, dato che d’estate in Svezia il sole non tramonta praticamente mai!

Insomma, prima ancora di iniziare quest’avventura avevo già imparato due cose. La prima è che non bisogna mai giudicare un posto nuovo dal primissimo impatto. La seconda... Beh, sulla seconda ci sto ancora lavorando: devo, infatti, ancora capire come stipare sotto vuoto in valigia proprio TUTTI i vestiti del mio armadio in modo da riuscire sempre a far fronte a qualsiasi situazione!

Carlotta

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