Seattle ed il mercato amico. Ovvero il fenomeno dei Farmers Markets


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Se, come me, siete nati e cresciuti in una piccola città italiana di provincia, il mercato, per voi, è un’istituzione. C’è sempre stato. Ed è sempre stato, negli anni, uguale a se stesso, fedele per costituzione, ubicazione e fruizione. Solo l’avvento dei venditori asiatici, negli ultimi anni, ha apportato qualche novità.

Il nostro, a Pavia, si trova in Piazza Petrarca. Non so voi (pavesi) ma io l’ho sempre vissuto come un’enorme scocciatura. I giri in macchina lungo Viale Matteotti che ho macinato in attesa che finissero di pulire il piazzale e, finalmente, si potesse parcheggiare non troppo distante dal centro città sono innumerevoli. Per non parlare di quando, in ritardo, mi veniva la brillante idea di passare per piazza Petrarca un sabato mattina qualunque e venivo immediatamente risucchiata da una girandola di colori, urla e odori alquanto pittoreschi, ma che contribuivano a trasformare il mio normale ritardo in ritardo-da-donna.

Insomma, prima di trasferirmi a Seattle, il mercato all’aperto, all’italiana (per intenderci), l’avevo preso in considerazione solo come elemento di disturbo. In effetti, ora che ci penso, non credo di averci mai comperato nulla. Ho sempre pensato che fosse luogo riservato ai “vecchi” (mio padre non sarà contento di questa puntualizzazione). Diciamocelo, a Pavia il mercato è sempre esistito, fin dai tempi di Alboino. E questo lo rende meno attraente, meno cool. Qui, invece, è una realtà particolarmente recente. Era, solo, il 1993 quando il primo Farmer’s Market, il quale possiede addirittura un fondatore (tale Chris Curtis), venne allestito nel quartiere universitario di Seattle. Non solo è recente, ma è anche fornito di un vero e proprio staff. E non parlo di semplici venditori. Parlo di Market Master, Operations Manager, Social Media Coordinator, Content Advisor e così via. Sono in tanti che ci lavorano, tutti abbastanza giovani. Come giovane è il consumatore tipo: barbetta, giacca di pelle e occhiali da sole specchiati, si aggira per le bancarelle, comperando un po’ di tutto a casaccio. Le donne, spesso spingendo passeggini futuristici dotati di ogni gadget, chiedono informazioni sulla provenienza dei prodotti, che deve essere, rigorosamente, locale.

Quello che ho visitato io si trova a Ballard, il quartiere dove vivo. In Ballard Avenue, la domenica, a partire dalle 10 di mattina precise, e non un minuto prima, troverete una quarantina di stand. Sono aperti fino alle 3 di pomeriggio spaccate. Rigore assoluto negli orari: mi è capitato di svegliarmi all’alba, causa forza maggiore, domenica scorsa. Sono andata a dare un’occhiata con il mio passeggino figo, per non essere da meno e non dare nell’occhio, mentre montavano. Ho cercato di comperare una baguette bollente verso le 9:44 ma mi è stato negato.

C’è un po’ di tutto: dall’allevamento di ostriche al banchetto dei funghi. Tutto rigorosamente km zero, organico, certificato e costosissimo. I banchetti sono ben equipaggiati: forniscono biglietti da visita, opuscoli, libri di ricette ed assaggi gratuiti. Gli stand degli allevamenti di bestiame si assomigliano tutti: uno spiazzo ricoperto di borse frigo, come quelle che le famiglie del Sud si portano in spiaggia la domenica tipo di Agosto. Tu ti avvicini, apri la borsa, scegli la carne sotto vuoto e la porti via (dopo averla pagata, carissima). Stessa cosa per il pesce. C’è il banchetto dei germogli, quello caramelle mou fatte e confezionate a mano una per una, quello dei cereali senza glutine. Al banchetto della pasta puoi assaggiare quella fresca, ancora cruda. Buonissima.

In conclusione, se siete da queste parti, vale la pena farci un giro. Se avete soldi da spendere ed avete un piglio abbastanza cool questo rituale della domenica mattina vi stupirà. Esiste, ovviamente, anche un sito internet. E tutti i social networks di competenza. Si, avete capito benissimo. Un sito per il mercato. E twitter, instagram, tumblr, facebook. Se siete fortunati, magari, se gli chiedete l’amicizia, vi accetta.

Chiara

 

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