Quattro ragazze ed un cane alla finestra: una storia da condividere.


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Era da qualche mese che non guidavo di notte, in città. Che poi, il fatto che io pensi che le dieci di sera siano notte, mi sembra così strano. Qualche anno fa, alle dieci ero ancora in pigiama, che aspettavo di uscire. Ora, se per quell’ora non sono già in pigiama, significa semplicemente che sono crollata, vestita, nel lettino di Bianca, mentre cerco di farla addormentare.

Dicevo: sono passati alcuni mesi dall’ultima uscita serale. Guidare la sera, tra le luci della città, mi rilassa. Guardo Seattle scorrere veloce sotto i miei occhi, le luminarie di Natale la rendono magica. Questi quartieri residenziali sono calmi, silenziosi ed avvolti da una pioggia leggera, che sembra quasi umidità solida.

Mi sorprendo a sorridere. Sorrido perché questa serata è stata un toccasana. Mi sono trovata con tre ragazze italiane, dopo cena, a casa di una di loro. Pur non conoscendole a fondo, le sento vicine. Vicine perché sono tre connazionali che vivono e lavorano a Seattle. Un’occasione per sentirmi partecipe.

Quando vivevo a Toronto il senso di appartenenza ad una comunità è venuto con il tempo. Questo perché il mio trasferimento in Canada lo percepivo come un trasferimento temporaneo. Sono partita nel 2011 pensando di fare un’esperienza di formazione di 18 mesi. Un anno, se mi fossi sbrigata. Questo periodo si è allungato, all’improvviso, quando ho deciso di accettare la proposta del dottorato di ricerca. Succede spesso così, quando si parte, ma non si ha già in mano un biglietto di ritorno.

All’inizio, a Toronto, mi sono buttata sugli stranieri. Le mie amiche più care, conosciute proprio nei primi mesi del mio soggiorno canadese, sono state Elena e Nana: una ragazza russa ed una taiwanese. Ero attratta da tutto quello che era diverso. Volevo imparare la lingua, volevo sentire storie completamente differenti dalle mie (ancora mi ricordo la nonchalance con cui Elena mi chiese un giorno se è vero che in Italia tutti possiedono una lavatrice per i panni), volevo confrontarmi con vite opposte a quella che io avevo vissuto. Con il passare degli anni subentra quel sentimento di partecipazione (anche emotiva) che ti lega ad un luogo, alle persone che lo popolano. Mi è capitato di pensare, soprattutto dopo la nascita di Bianca, a come io mi sentissi anche un po’ canadese.

A Seattle, questo senso di appartenenza deve essere ricostruito da capo. Proprio perché so quanto tempo ci vuole per essere emotivamente parte di una comunità, questa volta, il mio approccio è cambiato. Mi sono lanciata su ogni cosa che gridasse “Italia”, mi sono aggrappata ad ogni spiraglio di italianità che percepissi. È così che ho conosciuto Arianna. Lei mi ha aperto la porta, un giorno, al nido. Una cascata di ricci, una pancina da futura mamma ed un bel sorriso. Ma la prima cosa che ho notato è stata la O-bag. Una borsa che, per chi non lo sapesse, è venduta solo in Italia. Ed allora mi sono decisa: Are you italian? Non solo stalker dal vivo, ma anche mediatica: mi sono iscritta ad un gruppo Facebook di italiani a Seattle. È ad un incontro di questo gruppo, organizzato tra alunne di U-dub, che ho conosciuto Laura, Francesca e Silvia.

Sono tre ragazze italiane all’estero. Proprio come lo sono io. Potrei essere io. A dirla tutta, sono stata (e forse sarò) esattamente ognuna di loro.

C’è Laura, una ragazza siciliana che frequenta un programma di scambio a UW, dove sta perfezionando la sua ricerca di Dottorato. Quando l’ho conosciuta, mi ha subito colpito il fatto che, alla domanda sulla sua situazione negli States, alzando la mano in segno di vittoria, ha esclamato, con un sorriso, che il suo biglietto di ritorno è datato Luglio 2016 (il nove, se non vado errato). Solo un mese fa sembrava intenzionata a tornare, chiudere il più in fretta possibile questa esperienza americana. Ma l’altra sera ho notato in lei un cambiamento: si preoccupa per il futuro, si informa per capire come rimanere a Seattle dopo la fine del programma. Questa indecisione l’ho sperimentata sulla mia pelle 4 anni fa.

Francesca, invece, ha già deciso. Vuole rimanere ancora un po’ e si sta già informando. Partita da Udine con il fidanzato, è arrivata l’estate scorsa per specializzarsi. Frequenta un Master e lavora in Università. Entusiasta del percorso formativo, sobbarcata di lavoro, è una persona molto determinata. Nutrizionista, mi spiegava come qui il suo lavoro sia molto richiesto e la figura professionale ben più qualificante. Collabora con l’ospedale universitario, lavora con gli homeless per educarli all’alimentazione, assiste i medici nei casi più difficili. Molto positiva, attenta ed interessata a tutto quello che la circonda, a volte un po’ overwhelmed e nostalgica mi ricorda come ero io, il primo anno di dottorato.

E poi c’è Silvia. Sposata con un ragazzo americano, lavora a U-dub, per l’amministrazione. Dopo aver trascorso un anno in Cina per perfezionare la lingua che ha studiato in Università in Italia, ha seguito il suo cuore e si è trasferita negli USA. Ha lasciato permanentemente l’Italia quando aveva poco più di 20 anni; è una ragazza giovane, ma molto matura per la sua età. In quegli anni in cui io ancora frequentavo le feste universitarie, lei era già alle prese con la faticosissima burocrazia americana, adottava un cane (simpaticissimo, oltre che bellissimo) e si assumeva molte altre responsabilità, consapevolmente. Partire per non tornare è una decisione difficile da prendere. È vero che, nella vita non si sa mai, ma a 20 anni tutto sembra bianco o nero. E la ammiro molto per la sua forza di volontà di ragazzina italiana, così diversa dalle ragazzine italiane di allora e di oggi.

Ecco, l’altra sera, a casa di Silvia, c’erano 4 ragazze, sedute sul divano del salotto. Insieme ad un cane che chiedeva attenzioni. Passando, qualcuno, avrebbe potuto vederci, dalla strada. La casa è un bell’edificio chiaro, con finestre ampie e luminose. Se quel passante occasionale avesse gettato uno sguardo all’interno, avrebbe visto queste ragazze, gesticolanti (da brave italiane), ridere e scherzare, bevendo vino o the rosso e mangiando dolciumi. Non so se avrebbe potuto intendere la nostra storia. Senza ombra di dubbio un occhio attento avrebbe intuito che qualcosa di speciale ci accomunava.

La condivisione delle esperienze di vita, dei progetti, delle paure e delle tristezze ti fa avvicinare alle persone, in maniera forte, diretta ed immediata. Ti fa comprendere che non sei solo, c’è qualcuno come te che la pensa come te, che la vive come te, che spera e desidera le tue stesse cose. A cui mancano le stesse persone. Il blog nasce esattamente per questo motivo. Per dare ai nostri amici italiani all’estero la possibilità di toccare con mano storie simili alle loro, di confrontarsi con realtà gemelle.

Siamo partite io e Carlotta ormai 4 mesi fa. Ed ora è il momento di farci un po’ da parte, per tutte le Francesche, le Silvie, le Lauree che verranno qui, su questa piattaforma, e raccontare la loro esperienza. Che può servire a chi è via, ma anche a chi è rimasto in Italia per capirci e per capire. Questo blog vuole essere un po’ come quella casa, la sera. Da una finestra luminosa la gente si affaccia, guarda dentro e vede. Anche se non sta vivendo le stesse cose, anche se non sente le parole e non è abituato a gesticolare in quel modo, si sofferma un secondo e si riconosce.

Magari torna, la sera dopo, a guardare quello strano mondo che è il mondo degli italiani all’estero.

Chiara

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