Le prime impressioni dai confini del mondo


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Si dice che la Nuova Zelanda sia agli antipodi dell’Europa.

Il perché è presto chiaro. Non solo a causa della collocazione geografica (bisogna faticare tanto per arrivarci, anche con gli attuali super-aerei: in media sono 30 ore totali di viaggio), ma anche, e soprattutto, per il modo di vivere che, nell’ordine: incuriosisce, scoccia, ti fa incazzare e al tempo stesso amare questa terra.

Più che Nuova Zelanda, nome legato al Commonwealth (il gioioso faccino della regina Elisabetta te lo ricorda, ogni volta che prendi una banconota), o "Aotearoa(l’originale nome maori), bisognerebbe chiamarla "Kiwi’s Land", ovvero la terra dei Kiwi. Gli abitanti della Nuova Zelanda si fanno chiamare proprio così: i Kiwi. Un nome, questo, che deriva da una particolare specie di uccello che di questa terra ne è il simbolo.

Sorvolando l’Isola del Sud, dal mare della Tasmania all’Oceano Pacifico, i paesaggi che sono apparsi dal finestrino dell’aereo mi sono sembrati subito strani ed affascinanti. Colline brulle di colore marroncino si alternavano a cime innevate e distese di pascoli verdi sconfinate. Non so se la descrizione rende l’idea, ma le foto aiutano a capire che, se si è amanti della natura, la Nuova Zelanda è il posto giusto.

Sconfitto il terrificante fuso orario di +12 ore, dopo aver sbrigato le prime pratiche burocratiche per sistemarmi al lavoro, ho iniziato a raccogliere le prime impressioni di questo nuovo mondo. La cordialità e la gioia di vivere che anima i Kiwi è di sicuro la prima caratteristica che mi è saltata all’occhio. Spesso però questa allegria si sposa con una non perfetta efficienza lavorativa. Anche se di stampo inglese, la Nuova Zelanda è pur sempre un’isola del Pacifico: i ritmi della natura ne scandiscono il modo di vivere. Gli orari lavorativi sono molto rilassati e l’ufficio è dotato di aree relax con a disposizione divani e poltrone per riposarsi; insomma, il dopo lavoro è vissuto come parte principale della giornata. Inoltre, i rapporti professionali molto “friendly” (il prof. che il primo giorno di lavoro ti invita per una birra ne è un esempio) fanno di questa terra un luogo lavorativo quasi ideale.

Ad ogni modo, l’ottimismo iniziale pre-partenza di cui vi avevo parlato ha dovuto fare i conti, ben presto, con la realtà dei fatti. Non esiste il posto perfetto, soprattutto agli occhi esigenti di un italiano. A Christchurch la mancanza di un centro cittadino si traduce quasi subito in senso di vuoto: manca quel punto di aggregazione e di svago così importante per noi europei. Se poi aggiungiamo il fatto che gran parte dei negozi chiude alle 5.30 di pomeriggio, i ristoranti alle 9 ed i locali non più tardi delle 11, la situazione risulta quasi drammatica. Le note dolenti aumentano quando, dopo aver girato tutti i supermercati per una settimana, ti accorgi che di italiano puoi comprare solo la pasta (e pochissime altre cose). Inoltre, dopo molte ricerche e colloqui approfonditi sul tema con gli altri italiani residenti qui da tempo, ho scoperto che non esiste a Christchurch una pizzeria che possa essere chiamata tale secondo lo standard napoletano.

In quel preciso istante mi è crollato il mondo addosso!

Con il tempo ho anche capito che il numero di ristoranti accettabili, nonché di pietanze tipiche, è estremamente ridotto, pur avendo a disposizione delle ottime materie prime (carne di agnello, soprattutto). Ho anche realizzato che, come spesso accade nei paesi anglosassoni, i Kiwi non possiedono una cultura del "mangiar bene". Basti pensare che uno dei cibi più diffusi, è la Marmite: una crema spalmabile di colore nero ottenuta da estratti di lievito derivanti dagli scarti di lavorazione della birra. Questo cibo è considerato addirittura di interesse nazionale per l’elevato quantitativo di vitamina B, ma vi lascio immaginare il sapore! Un consiglio: non assaggiatela mai! Per fortuna, almeno la birra è di altissima qualità: Ale, Pale Ale e IPA sono le mie preferite e sono rigorosamente artigianali.

Dunque, togliendo la vita cittadina, i negozi ed i ristoranti (che spesso trovo già chiusi quando finisco di lavorare) cosa mi rimane da fare? In questa nazione si vive di sport ed outdoor activities (campeggio, trekking, climbing e qualsiasi altra attività all’aperto che vi venga in mente) e, se si riesce ad adattarsi a questo stile di vita così diverso dal nostro, si finirà certamente per amare questa terra. Sempre che si riesca ad adeguarsi al clima: qui nell’isola del Sud è caratterizzato da giornate ventose e da un’estate che si aspetta invano. Per fortuna gli inverni non sono molto rigidi.

Queste sono le prime foto scattate a Christchurch (dove potete vedere anche Maria Chiara, la mia ragazza, venuta a trovarmi poco tempo fa).

Nelle prossime settimane seguiranno i racconti delle mie avventure alla scoperta di questa terra. Perché, in fin dei conti, non puoi vivere in Nuova Zelanda senza tentare di essere, almeno in parte, un esploratore!

Ciro

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