New Zealand: iniziamo a capirci qualcosa.


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Ciao a tutti ed eccomi di nuovo sul blog: sono sopravvissuto e non sono scappato, anche se l’ho davvero pensato più volte nelle prime settimane in cui sono passato dalla calda estate italiana, piena di belle storie e di begli amici, alla solitudine dell’inverno neozelandese! Se si aggiunge a questo cambio repentino di stagione il fatto che, spesso, dovevo chiedere di ripetere frasi intere perché il Kiwi-English mi era del tutto incomprensibile, non poteva esserci un inizio più duro. Ma il peggio è passato ed è anche arrivato il momento di divertirsi un po’. Allora: “Iniziamo a capirci qualcosa”.

È trascorso un po’ di tempo dal mio arrivo. Ho trovato una casa accogliente ed un coinquilino nepalese molto friendly, ho dei nuovi amici e soprattutto ho superato la crisi d'astinenza da pizza. Uno dei miei nuovi amici, Giuseppe, trasferitosi qui ormai da un paio d'anni, ha infatti, da buon italiano, una passione immensa per il cibo e cucina una pizza buonissima, persino per un napoletano come me. Ma si sa, noi italiani all’estero ci diamo da fare.

Sistemate le faccende iniziali, ed avendo finalmente un po’ di tempo libero, ho pensato fosse arrivata l’ora di un weekend in perfetto stile neozelandese! Chiedendo informazioni sulle cose più interessanti da fare, dai racconti dei Kiwi subito mi è sembrato chiaro di aver dimenticato a casa in Italia l’essenziale per potersi divertire in Nuova Zelanda: un abbigliamento ultra sportivo e, soprattutto, l’attrezzatura da campeggio! Da buon italiano, mi aspettavo di poter trovare quasi dovunque un non pretenzioso alberghetto dove alloggiare. Beh: se volete vivere una vera esperienza kiwi e visitare i posti più belli di questa terra, l’albergo, così come le docce calde, ve le dovete dimenticare. Piuttosto, cercate di far entrare tutto il kit di sopravvivenza in uno scomodo zainetto (che assume spesso le sembianze di un fardello divino) e partite. Il classico “backpack” pesante come un macigno è, infatti, il prezzo da pagare per chi vuole vivere un’avventura degna di questo nome.

Forse per l’essere stato troppo tempo rinchiuso in Università, per la voglia di vivere qualcosa di speciale, di autentico, oppure forse per quel senso di spericolatezza che solo in giorni particolari è ancora vivo alla soglia dei trent’anni, ho deciso di optare per un weekend in kayak. Ma non il comodo kayak da lago o da mare. No! Il ben più pericoloso white water kayak. Per intenderci: quei pazzi che scivolano via nelle rapide di fiumi in piena. E, durante la primavera neozelandese, i fiumi qui sono davvero in piena! Ancora non mi capacito di come tale malsana idea mi sia balenata in mente, ma ciò che l'ha alimentata è stato, sicuramente, il fatto di esser annoiato dalla città morta (leggi Christchurch) in cui ero finito ad abitare. Avevo sentito dire fosse pericoloso ma il nome del programma, "Zero 2 Hero", e la decennale storia del club universitario che lo organizzava, mi hanno abbastanza gasato. I tre giorni di training in piscina e lago sono scivolati via senza alimentare nessuna preoccupazione. Anzi, mi hanno dato la giusta carica e la fiducia necessaria ad intraprendere il viaggio di due giorni lungo il fiume Hurunui. Un posto ameno in mezzo alle alpi neozelandesi ad un paio d’ore da Christchurch (ovviamente quasi tutte off-road). Le cime ancora innevate lasciavano presagire il fatto che l’acqua fosse gelida. Lo era davvero. L'unica cosa che mi consolava era lo spessore della mia muta.

Le prime pagaiate ed il briefing iniziale in acque calme hanno fatto svanire i restanti timori. Riuscivo persino a destreggiarmi con abilità (per quanta io ne possa avere)! Tuttavia la cosa che più fa paura di questo sport è il fatto che si è legati con entrambe le gambe all’interno del kayak e che, nel caso si dovesse finire a testa in giù (cosa molto probabile), si hanno soltanto 2 opzioni: o si aspetta un compagno più esperto che ti giri nel verso giusto o, dopo qualche decina di secondi in apnea, ci si deve slegare dal kayak. Questa cosa, provata in allenamento, sembra semplice, ma in acque gelide e tormentate è tutta un’altra storia. Ed ecco che, con le prime cadute in acqua, iniziarono i primi timori. Diventarono vera e propria fifa quando, ormai totalmente in balia della corrente, iniziai a sentire il rumore delle rapide (proprio quel rumore tipico delle scene dei film)!

La mia esperienza non è stata felicissima: ripetute cadute in acqua, serie di rapide completamente a testa in giù e continui incontri ravvicinati con le rocce sono solo alcune delle scene che ricorderò più vivamente. Ma, grazie alla competenza degli istruttori (in parte anche miei studenti!), sono ancora vivo ed il barbecue serale, i litri di alchool tipici dei party studenteschi ed il ritrovamento, una volta tornato a Christchurch, di alcuni funghi porcini giganti sono riusciti a farmi tornare il buon umore!

Ciro

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