Cara Professoressa, Lei ha ragione (e rabbia) da vendere


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Qualche giorno fa ho letto un articolo condiviso da un amico. Trattava della dura presa di posizione di una ricercatrice italiana in Olanda che rimandava al mittente (il ministro italiano dell’Istruzione e della Ricerca Giannini) le congratulazioni ricevute per il prestigioso grant dell’European Research Council.

Il suo nome è Roberta D’Alessandro. Nonostante l'abbiano chiamata in tanti ricercatrice, lei é una Professoressa di linguistica presso l’Università Olandese di Leiden. Ma, soprattuto è, come noi, un’italiana all’estero e per questo motivo oggi, anche noi ne parliamo. Sono sicura che molti di voi l’abbiano già vista in questi giorni, da qualche parte: in televisione, sui social networks, sui quotidiani. Il suo popolarissimo post su Facebook è stato condiviso più di 16 mila volte negli ultimi cinque giorni.

Si sa che, online, ognuno è libero di dire la propria (idiozia) e, su questo argomento, gli utenti si sono scatenati.

Chi si è apertamente schierato a suo favore ha elogiato il suo “J’accuse” e si è poi lanciato a capofitto in animate discussioni sulla solita vecchia storia dei cervelli italiani in fuga. Una storia che, onestamente, mi fa sempre un po’ sorridere. Con tutto il bene che voglio ai miei amici espatriati, la verità è che la maggior parte di noi è fuggita all’estero senza esser particolarmente geniale.

C’è poi quella parte di utenti (e giornalisti) intellettuali e perbenisti, che l’hanno accusata di essere un’irriconoscente, di sputare nel piatto dove ha “studiato” e di giocare sporco per aver puntato il dito contro il sistema italiano dei favoritismi e delle raccomandazioni solo dopo essersi affermata a livello internazionale. Insomma, se le cose in Italia vanno male per la ricerca, alcuni hanno ipotizzato esser anche un po’ colpa sua. Strano … ed io che pensavo fosse semplicemente da imputare al fatto che i finanziamenti italiani fossero pressoché “non pervenuti”.

Ma torniamo a noi. Anche io voglio dire la mia. Posso? Chi tace acconsente. Dunque: la Dottoressa D’Alessandro ha ragione e rabbia da vendere.

Che abbia ragione, quando sostiene che i risultati ottenuti “italiani” non sono, appare, a mio avviso, scontato. In Italia le hanno preferito ricercatori meno preparati, meno ambiziosi, meno appassionati e più immanicati. Ha ragione quando sostiene che il Ministro non ha alcun diritto di compiacersi di questi successi: troppo comodo saltare sul carro dei vincitori quando hanno tagliato il traguardo. È durante la corsa che bisogna fare il tifo, non alla premiazione.

La rabbia e la frustrazione della giovane Prof è però la parte che più mi interessa mettere in luce. Quel livore sordo che cresce spesso dentro a chi è stato “costretto” a partire (o, come nel suo caso, a rimanere all'estero) per poter realizzare con le sue forze quel futuro che sentiva di meritarsi é un sacrosanto sentimento. Mi affascina e lo rispetto. E così dovrebbero fare tutti. Pur essendo emigrata per motivi del tutto differenti ed avendolo scelto io, per certi versi percepisco la sua amarezza simile alla mia. È una sensazione difficile da spiegare, a tratti inafferrabile perché dalla natura contrastante. Quando la respiro negli altri, quando mi sembra di scorgerla dietro un velo di rimpianto nelle parole degli italiani all'estero con cui parlo, mi immedesimo immediatamente.

Cercare di rientrare in patria ed esser lasciata sulla soglia ad aspettare gli avanzi, perché in casa già si erano sistemati i parenti a tavola (lasciatemi passare la bieca metafora) non deve essere stato un episodio divertente. La sua rabbia, quella frustrazione di dover per forza, per fare carriera e realizzarsi sul lavoro, cambiare casa, amici, abitudini non la potete giudicare. Sacrificare la famiglia, la propria tranquillità e, a volte, la propria leggerezza d’animo per colpa di un sistema corrotto provoca sicuramente un gran dolore. 

Chi l’ha accusata di esser scappata, di essersene fregata e di aver preso la strada più facile – veramente? – non sa quello che dice. Giornalisti che non immaginano i sacrifici e le rinunce di chi vive all’estero. E non solo rinunce in termini (ovvi, ma spesso sottovalutati) di vicinanza alla famiglia. Sto parlando di rinunce in termini di vita, di tempo, di legami interpersonali. Sto parlando di sacrifici che non si erano messi in conto quando si dipingeva il proprio futuro. No, non si tratta di post stizziti. Di acidità, di poca umiltà. Si tratta di pugni chiusi, denti serrati e determinazione.

A volte però una rabbia prorompente acceca le menti più sagaci.

E allora, pur non permettendo a chi “non vi ha voluto” di farsi bello dei vostri successi, aprite gli occhi e non fatevi accecare. Nonostante sia triste e faccia rabbia il fatto che l’ Italia non sia, ad oggi, un punto di arrivo, riconosciamole di esser stata, per tutti, almeno un buon punto di partenza.

Chiara

 

CREDIT: picture by Noaa & Nasa 

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