Voi, figli di noi italiani all’estero ed i vostri nonni.


EnglishItalian

C’è una persona a cui penso, ogni tanto, quando guardo mia figlia.

È una bimba di otto o nove anni, secca e spigolosa, con i capelli castani raccolti in un codino. All’uscita da scuola si avvicina ad una signora distinta, ben pettinata. Avrà circa sessant’anni e, raramente, fa un sorriso. Accenna ad un saluto quando quella ragazzina si avvicina e le lancia la cartella sui piedi. Poi, insieme, si dirigono verso una Renault color cacca di cane parcheggiata poco distante, lungo la strada. Spesso la signora si accende una sigaretta e la ragazzina sbuffa.

Arrivate a casa, la piccola si siede su uno sgabello antico, rivestito di pelle nera. Lo sgabello è sistemato in salotto, davanti ad un tavolino rotondo altrettanto antico ed a una televisione di quelle che oramai non se ne vedono più. La ragazzina, imbronciata, la accende ed inizia a guardare i cartoni animati. La signora esce dalla cucina e si avvicina, portando con sé un piatto ed un bicchiere d’acqua. Sul piattino ci sono, accuratamente sistemati, due pezzi di pane. La farcitura è quasi sempre marmellata di marroni. O burro e zucchero. Qualche volta, se la bimba è fortunata, al posto del piattino arriva la scodella di uova sbattute. Quando questo succede, lei chiede più zucchero – o, almeno, il cacao. La signora nega e si siede sul divano dietro di lei e, finalmente, le scappa un sorriso. La bambina sbuffa – ma si vede che, sotto i baffi, sorride anche lei.

La bambina in questione sono io. La signora distinta era mia nonna.

Ho avuto la sfortuna di poter conoscere bene solamente due dei miei nonni, quelli materni. La mia nonna paterna non l’ho mai incontrata, ma me la immagino uguale a mia zia (e quindi, praticamente, mio padre con una parrucca). Del mio nonno paterno, purtroppo, ho solo qualche foto sbiadita, ma nei miei ricordi lo associo sempre ad una bambola rosa, grassa, che mi aveva regalato per il primo compleanno e che ancora oggi possiedo. La famosissima, almeno per la mia famiglia, chiaragrossa.

Mi capita, dicevo, di pensare molto alla mia infanzia - soprattutto da quando sono mamma. Avendo avuto un’infanzia felice, circondata dall’affetto di parenti e nonni, mi trovo spesso a paragonarla a quella che avrà mia figlia.

Come tanti altri bambini, figli di immigrati di prima generazione, Bianca crescerà senza la presenza costante dei nonni (e degli zii). L’idea che lei non si accoccolerà, di ritorno da scuola, sullo sgabello di pelle nero della nonna a fare la merenda (senza contare il fatto che la marmellata di marroni, qui a Seattle, ce la possiamo scordare) è, onestamente, un pensiero che mi rattrista. Nata in Canada, vissuta negli Stati Uniti, me la immagino ragazzina, con un codino (biondo, nel suo caso) che sale sul bus giallo del dopo scuola. I nonni, se è fortunata, li vede qualche mese l’anno – quando torna in Italia, che per lei, sarà solo un luogo di villeggiatura.

Non lo si pensa mai, quando si parte. Soprattutto se si lascia l’Italia per qualche anno – “poi dopo torno”. La verità è che se poi dopo non torni più, la tua vita la stabilisci altrove. Ed i tuoi figli nasceranno e vivranno lontano da quella che un giorno hai chiamato “casa tua” – distante da quella che è “la tua famiglia”. Per carità - per alcuni questo può essere un bene – e ne sono consapevole. Per altri, quelli fortunati come me, il prendere coscienza di questo cambiamento di rotta è doloroso.

Conosco più di un paio di nonni che si fanno parecchie ore di volo per vedere i propri nipoti. Attraversare un oceano, non è propriamente come prendere un treno per il Nord, o il Sud d’Italia – soprattutto se hai sessant’anni (e non parli l’inglese). E conosco nipoti che non aspettano altro che l’aereo atterri. Ho assistito personalmente ad interminabili chiamate su Skype dove la bella lavanderina, dopo la ventesima volta che veniva riproposta, speravo la facessero direttamente fuori i poveretti della città.

Il problema non è la distanza – perché il legame di sangue è più forte dei chilometri ed il bene incondizionato per i nipoti (e per i nonni) rimane sempre saldo. Il problema è che si perdono tempo, gesti, abitudini. Si perde la quotidianità di un rapporto, la sicurezza del poter costruire saldamente, giorno dopo giorno, memorie indelebili. Il profumo del dopobarba del nonno, le sue mani rugose. Il sapore della carne bianca cucinata dalla nonna, le sue caramelle alla menta. 

Questo penso a volte - quando guardo mia figlia. Ma lei non lo sa e, se crescerà negli Stati Uniti, non le sembrerà così inusuale vedere i nonni qualche volta l’anno. Qui succede spesso. Alla fine, se rimarremo italiani all’estero per sempre, Bianca avrà la possibilità di costruirsi le sue memorie, di dipingere i nonni nel suo cuore e custodirli nei suoi pensieri. A modo suo – l’unico modo che conoscerà.

Il mio pensiero oggi va ai suoi nonni – e a tutti i nonni di italiani di seconda generazione. Perché loro hanno vissuto (come noi, nati e cresciuti in Italia fino a qualche tempo fa) e continuano a vivere, il nostro modo di essere famiglia, di essere casa. Sono sicura che, a volte, adeguarsi a questa situazione per loro è difficile come (e forse più) lo é per me. 

Vi vogliamo bene,

Chiara

Share it!


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

2 commenti su “Voi, figli di noi italiani all’estero ed i vostri nonni.

  • silvia

    Anche io vi voglio bene ! Aspettatemi che arrivo!
    P.S. : sicuramente dopo qualche giorno non vedrai l’ora che …..io me ne vada!!!!!! un abbraccione mamma