Baba e la Florida: one-way ticket


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Conosco Elisabetta (come mi suona strano chiamarti così - ndr.) da quando eravamo due ragazzine scapigliate e scalmanate, che si sfidavano a suon di racchettate sul campo da tennis. Frequentavamo, infatti, lo stesso circolo sportivo e, già allora, mi era simpatica. Eravamo tutt'e due delle gran combinaguai dalla parlantina esagerata. Facevamo proprio un bel duo: una bionda ed una mora. Poveri i nostri allenatori! Crescendo, il nostro legame si è  rafforzato e siamo passate dall'essere compagne-di-giochi a compagne di classe durante gli anni del liceo (fino a diventare ottime amiche). Qualche differenza in più, ai quei tempi, cominciava a manifestarsi tra noi: lei seduta in primo banco, sempre vestita a puntino (uno stile elegante e personale il suo, che già al primo sguardo faceva trasparire molta sicurezza di sé), prendeva appunti rimanendo attenta durante le lezioni, mentre io, dal fondo della classe, cercavo di non addormentarmi, distraendomi con letture fantasy da sotto al banco. Solare ed estroversa è sempre stata un centro di gravità per chiunque le si avvicinasse. I pomeriggi passati a far un giro in centro insieme erano puntualmente interrotti ogni 30 secondi da qualcuno che voleva salutarla. Intelligente ed ambiziosa, non ha mai avuto paura di affrontare sfide che ad altri sarebbero sembrate per lo meno insidiose. Per questo, parlando con lei, volare dall'altra parte dell'oceano, trasferirsi negli USA per iniziare un master in una delle scuole di ingegneria più famose e difficili al mondo, il tutto completamente da sola, sembrava quasi fosse una cosa normale, priva di grandi preoccupazioni. Sono fermamente convinta che una persona del genere non si incontri ogni giorno e per questo motivo abbiamo voluto fortemente che diventasse una nostra autrice (ok, l'abbiamo quasi obbligata, ma ne è valsa la pena)!

Carlotta

Chiara e Carlotta mi hanno sedotta nel condividere sul loro blog italo-internazionale la mia esperienza da italiana all'estero... "È troppo tardi per tornare indietro". È quello che pensano gli italiani dopo essersi trasferiti da 6 anni in terra straniera. Ed è quello che pensa chi promette di scrivere un articolo e poi si ritrova a doverne scrivere quattro (QUATTRO!). Dannate postille che mi dimentico sempre di leggere :P…

A casa (in Italia) sono conosciuta come Baba, ma all'estero mi sono presto resa conto di suscitare scherno ancora prima di perdere credibilità meritatamente. Quindi ora, anziché presentarmi col nickname che in altre lingue ha significati come "vecchia", "papà", "bava", "strega", etc., mi introduco col mio nome proprio. "Ciao, sono Elisabetta" e tergiverso quando si entra nel personale. 🙂

Da quasi 6 anni vivo a Orlando, FL, USA. E come ci sono finita?

Nel 2008, tramite un programma di "dual degree" stipulato attraverso un accordo bilaterale tra l'H2CU (Honors Center of Italian Universities) e prestigiose università americane, sono stata ammessa ad un Master of Civil and Environmental Engineering all’ MIT (Massachusetts Istituite of Technology), Cambridge, MA, USA.

Conseguire il Master all' MIT ha inciso sul mio percorso di vita più di quanto potessi mai immaginarmi. È stata un'esperienza tosta. Sicuramente dal punto di vista accademico, ma ancor più da quello di integrazione e adattamento ad un ambiente universitario dai metodi completamente differenti da quelli a cui ero abituata all'Università di Pavia e alla vita in un Campus con studenti provenienti da ogni parte del mondo. Ed è in occasioni come questa che ci si rende conto delle differenze, similarità e compatibilità con culture straniere. E si imparano, e talvolta si assumono, nuovi punti di vista. All'epoca non strinsi molte amicizie e legami forti con studenti statunitensi. Probabilmente sarà stato a causa di un divario tra cultura europea e nordamericana superiore a quanto mi potessi aspettare, combinato con un inglese scolastico e un'insufficienza di riferimenti alla cultura popolare statunitense. I miei amici erano principalmente europei (perlopiù italiani…ovviamente) e sudamericani... Fondamentalmente il divario nasceva durante i momenti di svago e diversione, che per i colleghi nordamericani ruotava principalmente attorno a drinking games a casa di qualcuno. Non ho mai concepito come gente di un discreto livello intellettivo potesse divertirsi in giochi come il beer pong, dove due validi avversari si posizionano a lati opposti di un tavolo oblungo, con una distesa di bicchierozzi di birra di fronte a loro, e tirano una pallina da ping pong cercando di centrare un qualunque bicchiere dell’avversario. Se fai centro, l’opponente trangugia la tiepida bevanda e il pubblico esulta. Potrei continuare la digressione per paginate, ma sto uscendo dal tema dell'articolo e rischio che le due Prof mi rimandino in italiano a Settembre… 😉

Negli Stati Uniti, l'esperienza formativa e accademica in un'università prestigiosa come l’MIT dà accesso al portone principale del mercato del lavoro. E come non approfittarne?! Così fu che, verso la fine del master, mi ritrovai ad attendere un colloquio a Orlando, FL, al quale seguì l'offerta di un'ottima posizione con una società multinazionale di progettazione e consulenza d’ingegneria. In un momento di crisi economica e di carenza di impieghi, come declinare un'opportunità del genere? E poi insomma, "si tratta solo di fare un annetto o al più un anno e mezzo d'esperienza... Poi si rientra in Italia con un ottimo curriculum! Tranqui mamma". 

Mi chiamo Elisabetta, da 6 anni vivo a Orlando, FL, USA.

Baba

 

 

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MIT

Orlando

CREDIT: city flag picture by Orlandomemory.info

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