The Chihuly Garden and Glass: il segno di Venezia a Seattle


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C’era una volta Venezia.

Quella città che tutto il mondo invidia a noi Italiani l’ho visitata per la prima volta con i miei nonni materni, parecchio tempo fa. Portavo ancora l’apparecchio per i denti ed il mio caschetto castano chiaro era spesso impreziosito da mollettine colorate. Ugo, mio nonno, ha sempre avuto una passione sfrenata per l’arte. Talmente sfrenata che, quando nessuno lo poteva accompagnare alla Biennale di Venezia, lui portava me. Mi caricava sul treno con la speranza di riuscire a coinvolgermi e trasmettermi quell'amore per le belle cose che lui tanto faticosamente coltivava: insomma, cercava di fare amare l’arte contemporanea ad una bambina di dieci anni. Io, ce la mettevo tutta, ma non capivo niente. Ed ero del tutto ignara che il nonno russasse come un forsennato. Non sono mai riuscita a chiudere occhio, durante quelle gite culturali.

Insomma, dopo qualche visita alle più prestigiose rassegne di arte contemporanea del mondo, parecchie escursioni a Murano ed un ex fidanzato artista, ad oggi mi ritengo discretamente preparata in materia. Mi sento pronta per parlarvi di creatività artistica e, qualsiasi cosa io dica, sono quasi sicura che mio nonno sarebbe d’accordo – se non altro perché, a 92 anni, non ha più voglia di questionare (anche se mia mamma e mia zia non la pensano esattamente così).

Ieri sono stata all'esposizione permanente dedicata alle opere più famose di Dale Chihuly, artista americano nato e cresciuto a Tacoma, un paese a Sud di Seattle, stato di Washington. Si tratta di un signore eccentrico, con indomabili capelli rossi ed una benda sull’occhio. Difficile, per me, definirlo. Uno scultore? Un architetto? Un artista? Un visionario? Le sue sculture (opere architettoniche? Istallazioni d’arte? Visioni?) consistono in coloratissimi vetri soffiati. Una tecnica, quella del vetro soffiato, che il giovane Chihuly, promettente studente di design degli interni a UW, apprese a Venezia negli anni settanta. L’esposizione la potete trovare al Seattle Center, proprio sotto lo Space Needle. Secondo Trip Advisor, è l’attrazione più apprezzata dai turisti che visitano questa città. Io ci sono stata di prima mattina - qualche scolaresca e pochi turisti. La sera, con le luci e le istallazioni luminose, deve essere uno spettacolo mozzafiato. Per questo motivo, ci voglio tornare. 

Chihuly Garden and Glass è una mostra studiata (e curata dallo stesso Chihuly) nei minimi dettagli: si svolge all'interno di uno spazio composto da otto gallerie, una serra di dodici metri d’altezza ed uno splendido giardino (in fiore, in questa stagione). All’interno delle gallerie (completamente buie, affinché i colori e le forme d'arte risaltino immediatamente e siano particolarmente suggestive) sono esposti i suoi lavori più famosi, dalle prime opere (influenzate, ad esempio, dalla neon art, dai cestini di vimini dei nativi americani o dalle coperte di Pandleton) alle istallazioni più recenti, impressionanti nella forma e per l’uso del colore.

Le opere di questo eccentrico signore vengono descritte come istallazioni di arte; sono grandi, prendono e pretendono spazio. Strabiliano nel loro insieme, lasciando in chi le guarda un ricordo potente, soprattutto visivo – catturando immediatamente l'attenzione dello spettatore al suo ingresso nella sala. Si tratta di un artista ingombrante; la sua arte è imponente ma, allo stesso tempo, vive in armonia con il contesto naturale che la circonda. Niente a che vedere con i “nostri” vetri di Murano: piccoli, sottili, preziosi – veri e propri gioielli. Talmente piccoli, alle volte, da regalare spazio, invece di pretenderlo. Talmente ricchi di particolari che hai bisogno di vederli subito e poi guardarli di nuovo, ed ancora, attentamente - moltissime volte - prima di riuscire ad imprimerli nella memoria.

L’influenza degli artisti veneziani su Chihuly si vede e non si vede, si capisce ma è difficile da comprendere a fondo – impossibile tracciarne un percorso. Sembra quasi che sia stato solo un sogno, il suo anno di formazione nella laguna più famosa del mondo. Un sogno che però ha lasciato il segno

Insomma, c’era una volta Venezia. E c’è ancora.

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