La mia gravidanza in Canada – tra immaginazione e realtà


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Non tutte le donne vogliono essere madri, ma io l'ho sempre voluto (o meglio, sognato), sin da quando riesco a ricordare. Mi immaginavo, giovane mamma, in giro per Pavia, con le mie amiche di sempre ed i loro figli – tutte alla guida di sfavillanti carrozzine colorate. Esistono dei reperti video, risalenti ai primi anni duemila, in cui dichiaro beffarda che a 25, massimo 26 anni, sarei diventata madre ed avrei avuto quattro figli entro i 30. Mi sono sempre piaciuti tantissimo i bambini: sono stata babysitter, animatrice del GREST, capo scout e, (tuttora sono) sorella maggiore. Tutti ruoli ricoperti con estrema professionalità e zelo. Gratificanti. [Ah, già, è vero – mi ero dimenticata di mia sorella Laura. A mia discolpa posso dire che il mio operato è stato in parte rovinato dalla presenza di una sorella di mezzo per niente collaborativa.]

Stavo dicendo – per moltissimi anni ho dipinto nella mia testa, precisamente, ogni dettaglio. Fantasticavo soprattutto sulla gravidanza, come sarebbe stata, cosa avrei fatto e con chi, tra parenti ed amici, avrei condiviso questa esperienza. Non importava – allora – la materia prima: mi sono immaginata mamma con qualunque dei miei numerosissimi fidanzati (due). L’importante era, invece, che tutto si svolgesse esattamente come avevo previsto io: la preparazione, l’annuncio ai futuri nonni, agli amici. Una gravidanza coccolata, viziata ed aiutata dalla famiglia. Ecco cosa il destino teneva in serbo per me!

Poi le scelte della vita adulta mi portarono altrove. Più precisamente, in Canada, a seguire un percorso formativo difficile ed ambizioso (ed un moroso altrettanto difficile ed ambizioso). Non che avessi accantonato l'idea di diventare madre un giorno, era semplicemente successo quello che accade a molte ragazze: avevo rimandato quel momento.

Ma, un bel giorno, senza preavviso, la vita accade davvero. A 28 anni sono rimasta incinta. La prima sensazione non è però stata quella che ci si aspetta da chi questo momento se lo è visualizzato alla perfezione da anni. No. La mia è stata proprio fifa blu. È vero, la prima gravidanza mette sempre paura – soprattutto se non ci si sente sicuri e non si è rassicurati dalla presenza fisica della famiglia.

Ed è allora che ho capito che, quando si vive all'estero, la gravidanza non va proprio come ce la siamo immaginate. Per prima cosa il ginecologo di fiducia, l’ostetrica che ti ha visto nascere, il dottore che curava tua nonna, la neonatologa amica di famiglia te li puoi scordare. Ti trovi sballottata tra un medico e l’altro, in ospedali che non conosci, con procedure che non sai, a parlare con professionisti di cui non eri a conoscenza nemmeno dell’esistenza fino a qualche ora prima (ancora oggi, a proposito, mi è del tutto oscura la differenza tra midwife e dula).

Però. Però impari – a fatica, ma lo fai - ad accettare ed a fidarti totalmente del sistema sanitario del paese dove sei capitata. Nonostante le medicine per curare una forte iperemesi gravidica che in Italia non vengono vendute. Impari a chiedere spiegazioni se le cose non sono chiare ed apprendi anche, con stupore, che, a fare la fila in sala d’attesa, non muore nessuno. Ti adegui a come le donne vivono la gravidanza nel paese dove ti sei trasferita e, se questo significa riuscire a sedersi sempre sul bus, passare davanti al supermercato e posare per un maternity photo shoot, diciamo che non ti è nemmeno andata così tanto male. 

Uno dei momenti più emozionanti di una gravidanza è, a mio parere, l’annuncio ad amici e parenti. Mi ero sempre sognata, a questo proposito, qualcosa ad effetto – qualche sorpresa particolare, che facesse sensazione. Mi sono dovuta accontentare di Skype. Per carità. Mia mamma piangeva felice e mio padre si era bloccato immobile, che pensavo ci fosse un’interferenza di linea concentrata solamente nella sua parte di schermo. Mia suocera, invece, ha urlato talmente forte al telefono con Paolo, che io, chiusa in bagno a causa della nausea che mi avrebbe accompagnata per 4 mesi, ho pensato fosse entrato qualcuno in casa per avvertire di un incendio nel palazzo. Per non parlare dell'infarto che ho fatto prendere alle mie amiche su Whatsapp – alcune di loro ancora conservano la nostra lunga conversazione, iniziata con un'ecografia. Certo, sarebbe stato tutto più bello se avessi potuto guardarle veramente negli occhi, però.

Però ho imparato ad essere più riservata, a rendere partecipi solo gli amici più stretti, quelle persone che ti vogliono veramente bene, per le quali le cose non cambiano se decidi di andare a vivere a centinaia di migliaia di chilometri di distanza. Ho aguzzato l'ingegno ed ho fatto loro delle sorprese (tra le quali, un video amatoriale in cui annunciavo il fiocco rosa), cercando di renderli partecipi, di fare capire quanto apprezzassi il loro sostegno. Ho sentito il loro affetto, veramente – sono riuscita a condividere con loro e con i miei famigliari tutto quello che succedeva durante le settimane di gravidanza e, quando sono tornata a Natale, è stato veramente un momento emozionante, che ricorderò per sempre. 

Mi sono sempre immaginata la degenza in ospedale come un momento di festa: un viavai di persone, di sorrisi, di baci appiccicosi di lacrime e di fiori profumati. Ero convinta avrei partorito nell’ospedale dove ero nata io, dove erano nate le mie sorelle – insomma il nostro San Matteo. Invece è successo al St. Michael’s Hospital di Toronto, una mattina gelata di inizio Aprile. Inutile dire che, insieme a me e Paolo – c’era la mia mamma. Solo lei. Ancora mi ricordo la mia compagna di stanza, che doveva mandare via parenti ed amici perché più di 4 visitatori non era permesso ammettere. Però.

Però sono stati due giorni tranquilli. Spesso passavo qualche oretta da sola, a coccolare la mia bambina e a riposarmi - mi sono serviti per riprendermi fisicamente. E quando sono arrivati, a sorpresa, il cugino di Paolo dal Texas e la sua fidanzata, mi si è scaldato il cuore. Per non parlare di quando Carlotta ha preso l’aereo solo per conoscere una piccolissima (aveva appena due settimane) Bianca! Ho imparato a dare la giusta importanza ai gesti delle persone, certo, ma anche alle loro parole, che, da lontano, mi emozionavano. Ho imparato che i nuovi amici sono spesso gentili, carini, premurosi ed affezionati come quelli vecchi – bisogna solo dare loro la possibilità di avvicinarsi.

Senza ombra di dubbio, una delle cose che più mi ha fatto stare male, per come me l’ero immaginata e come è stata in realtà, riguarda il momento in cui i parenti conoscono il neonato; mio papà è arrivato qualche giorno dopo la nascita, i nonni paterni sono arrivati dopo un mese, mentre gli zii e le zie hanno conosciuto Bianca solo in estate, quando aveva già tre mesi. Il fatto di vivere lontano toglie tanto tempo, si perdono tanti attimi importantissimi della vita di un bambino che, purtroppo non tornano più. Però. 

A questo punto, ancora devo trovare un però – onestamente.

Non è stato come me lo ero immaginato, diventare mamma. Tuttavia, penso che, per motivi differenti, sia una cosa che ci accomuna tutte. Certo, diventare mamma all'estero è stato, emotivamente, molto difficile. E sono sicura che queste sensazioni che ho descritto, chi ha vissuto una gravidanza da M.I.E. (mamma italiana all'estero), le può capire bene.

Però.

Però per noi italiani emigrati le situazioni della vita non sempre sono come ce le eravamo immaginate nella nostra testa da adolescenti, densa di aspettative tutte "rose e fiori". Ed è importante capirlo velocemente, per non restarci aggrappati disperatamente. Se le lasciamo andare ci accorgiamo che quella che stiamo vivendo è la nostra vita reale – la nostra gravidanza reale, la nostra maternità reale. E, se non le accettiamo e viviamo oggi, così come sono, poi passano velocemente, per non tornare più.

 

Chiara

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