Il mio trasferimento in Irlanda: 14 scatoloni e tante domande


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Decidere di partire non è stata una passeggiata. Non lo è quasi mai, a meno che tu non abbia 20 anni e tanta voglia di vedere il mondo, ma, da mamma di una bimba piccola, mollare tutto e trasferirsi a 3000 chilometri di distanza da casa non è una di quelle cose che si fa senza timori.

Cercare nuove opportunità all’estero alletta tantissimi italiani in questo momento. Noi eravamo tra quelli. Provarci (un po’ così, quasi per ridere), però, non è come ritrovarsi con una reale proposta di lavoro (irrifiutabile) nero su bianco. Il concretizzarsi del trasferimento ci ha letteralmente fatto tremare. Avevamo una bella casa, al tempo nostra figlia aveva appena 14 mesi, io ero una giovane mamma che aveva appena instaurato un nuovo giro di amicizie con altre neo mamme della zona e la nostra vita andava bene – tra amici e parenti sempre a portata di mano, nella terra dove siamo nati e abbiamo vissuto per molto tempo.

Quindi: “perché partire?”, “era una decisione saggia con una bimba piccola?”, “avremmo avuto davvero una vita migliore?”. Queste erano le domande che hanno popolato la nostra mente, nei periodi precedenti la partenza.

Dopo otto mesi dal nostro trasferimento, io, personalmente, sceglierei altre mille volte di salire sull’aereo in quella afosa giornata di Agosto, con un biglietto di sola andata per l’Irlanda e 2 valigie ciascuno.

La nostra casa italiana è stata compressa ed organizzata accuratamente in 14 scatoloni. Inutile dire quanta roba abbiamo dovuto lasciare dietro (compreso fasciatoio, seggiolone pappa e culla), ma ho preferito liberarmi di tutte quelle cose che una bimba di 14 mesi avrebbe comunque usato ancora per pochissimo. Ho sfruttato l’occasione per farle bruciare qualche tappa, come lo stare seduta a tavola a mangiare “come i grandi”, oppure farla dormire nel nuovo lettino senza sponde.

Il vero problema è stato farli questi benedetti 14 pacchi, dato che mio marito è partito dopo 3 settimane dalla firma del contratto di lavoro ed io e la piccola siamo rimaste in Italia a completare il trasloco, chiudere quella che fino a quel momento era stata la nostra casa ed attendere che il papà sistemasse tutto a Dublino, per il nostro, attesissimo, arrivo. In tutto sono stati tre mesi di distanza, durissimi - anche per il carico emotivo del cambiamento che stavamo per affrontare. Tuttavia, l’estate e la casa al mare dei nonni hanno aiutato il tempo a scorrere più velocemente e, tra l’euforia del cambio di vita, mista al pentimento del tipico “chi me l’ha fatto fare”, ci siamo ritrovati in Irlanda.

La mattina dopo il nostro arrivo io e la mia piccola (che nel frattempo aveva compiuto 18 mesi) ci siamo trovate come giovani esploratrici, con il naso all’insù, a girovagare per il quartiere dove avremmo vissuto. Davanti a noi uno dei numerosi spazi verdi che popolano Dublino, una gradevole temperatura ed altre mamme e bimbi intenti ad allestire picnic sul prato (non male come benvenuto, eh!). Ecco la prima differenza con il posto da cui provengo (la Calabria), famoso per il mare e per il sole ma – ahimé – non certo per la presenza di parchi e spazi verdi per famiglie. Ne rimasi affascinata. Quella mattina conobbi due mamme spagnole ed una portoghese. La multiculturalità che, per caso, respirai quel giorno mi fece intendere che l’Irlanda mi avrebbe accolto a braccia aperte, proprio come hanno fatto le altre mamme, emigrate dalle loro terre come me, e subito disposte ad inondarmi di consigli ed informazioni utili, forse, per una sorta di solidarietà e compassione verso chi c’è già passato. “Come funziona la sanità?”, “Davvero non esistono i pediatri se non in ospedale?”, “Devo già iscrivere la mia piccola alla scuola che frequenterà tra 4 anni?” “Cosa sono e come funzionano i playgroup? Ed i play café?”; da mamma appena trasferita erano queste le domande che continuavo a porre a ogni essere umano di sesso femminile (e dotato di prole) incontrato.

Se volete un consiglio, non smettete mai di chiedere. Qualsiasi cosa, a chiunque vedete nelle vostre condizioni. Aiuta molto a capire quello che vi circonda e ad affrontarlo meglio. Soprattutto se siete madri e, da un momento all'altro, vi trovate in un luogo sconosciuto: è bene cercare di adattarsi subito, affinché i figli soffrano il meno possibile quel momento di smarrimento iniziale.

Emigrare ti fornisce una nuova prospettiva dalla quale analizzare il mondo, soprattutto se lo si fa accompagnati dalla famiglia. La naturale resistenza della mamma italiana si trasforma in ricchezza inestimabile, nel momento in cui riesci ad adattarti al nuovo punto di vista. Ovviamente, il passaggio non è mai indolore; il periodo di assestamento, dopo 8 mesi, ancora non posso dire sia finito. Il primo malessere della mia bimba, per esempio, lontano dalla mia fidata pediatra, è stato carico di tensione ed il sentirmi “troppo lontana da casa” è un pensiero che, solo adesso, lentamente, sto iniziando ad abbandonare.

Francesca

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