Mamma e chirurgo “in training” in una terra ormai non più straniera


Your work is going to fill a large part of your life and the only way to be truly satisfied is to do what you believe is great work” - Steve Jobs. Niente di più vero.

Per me tutto iniziò in una notte di primavera del 2004 quando, come giovane studentessa di medicina a Pavia, ho assistito al primo trapianto di cuore in un neonato affetto da una grave malformazione congenita. Le linee guida per il suo trattamento venivano da Loma Linda, un centro in California, riconosciuto a livello internazionale per il suo programma di cardiochirurgia pediatrica guidata dal Prof. Bailey, un pioniere nel campo dei trapianti di cuore nei bambini. Non fu proprio facile incontrarlo la prima volta e ancora meno guadagnarmi la sua stima e rispetto. Ma fu proprio l’incontro con Dr. Bailey che cambiò la mia vita professionale per sempre. Le infinite possibilità di ricerca, il diverso metodo di insegnamento, la possibilità di operare fin da intern (ovvero specializzando del primo anno), l’investimento dei professori nella formazione dei residents, la meritocrazia... Tutto questo mi ha portato a tentare di entrare in un general surgery residency program negli Stati Uniti. È stato davvero come giocare alla roulette: rischioso ed imprevedibile. Ma, ora che sto per entrare nel mio ultimo anno di residency qui al Brigham and Women’s Hospital a Boston posso dire che ne è valsa davvero la pena (nonostante quell’enorme paura di non riuscirci, quella sensazione di essere una outsider in un mondo non ancora tuo… E quel piccolo enorme inconveniente di essere lontani dai propri affetti).

Ovviamente nessuno mi aveva avvertito di quanto la residency in general surgery sarebbe stata totalizzante. Già, si chiama “residency” e noi siamo i “residents” perché letteralmente “risediamo” in ospedale, con le nostre 100 ore di lavoro settimanale (anche se ufficialmente ne dichiariamo 80) 3 o 4 settimane di vacanza e purtroppo con solo 2 settimane per la “maternity leave” che possono diventare 6 se le unisci alle tue vacanze. Lo so, state pensando anche voi quello che ho pensato io il mio primo giorno di lavoro durante l’orientation: "se lavoro 100 ore alla settimana, quante ore avrò a disposizione per avere una vita fuori dall’ospedale? E con 6 settimane di maternità, come farò a prendermi cura di un figlio quando arriverà?"

Ecco qui. Welcome to my life as a surgeon "in training". Anche se da 18 mesi penso di essere prima di tutto una mamma... Ma… Come si fa ad essere una mamma presente ed allo stesso tempo un valido chirurgo?

Questo non sarebbe mai stato possibile senza l’amore della mia vita, Giovanni, con cui condivido tutto da quando avevo quindici anni. È stato il suo esempio di grande dedizione sul lavoro, la sua ambizione a raggiungere sempre traguardi difficili, la sua intraprendenza e il suo spirito perseverante a spronarmi a tentare qualcosa che 10 anni fa non era così comune, a lasciare le comodità e la strada facile per intraprendere un cammino più difficile ma più gratificante qui negli Stati Uniti. Giovanni è sempre stato la mia colonna portante, la mia coscienza, il mio consigliere, quella spalla su cui piangere quando era tutto davvero difficile o quell’abbraccio per celebrare un successo, ed ora è anche un papà meraviglioso, premuroso e partecipe. Siamo sempre stati un team formidabile, “nella buona e nella cattiva sorte”, in grado di far fronte anche alle sfide più difficili e a sostenerci e ad aiutarci quando ne abbiamo avuto bisogno.

C’è e c’è sempre stato poi l’affetto di mia sorella Carlotta (letteralmente capace di prendere un aereo e di attraversare un oceano intero per venirci a salutare anche per pochi giorni) e delle nostre famiglie, che hanno vissuto e vivono con noi direttamente o indirettamente le gioie e le difficoltà, le conquiste e le delusioni di questa nostra esperienza. Un detto popolare dice che “gli angeli non possono essere dappertutto, perciò Dio ha creato i nonni”. È proprio vero. Dopo la nascita del nipotino, i nostri genitori hanno dato la loro totale disponibilità per venirci ad aiutare. E chi poteva rifiutare? Nei primi mesi, le nonne sono state i miei occhi quando ero “on call”, le mie mani quando ero in sala operatoria, le mie orecchie quando visitavo i pazienti, la mia voce quando ero ai research meetings. Grazie a loro ero tranquilla e potevo concentrarmi sul lavoro, sapevo che il mio bimbo era circondato dal loro amore. Per quello che hanno fatto - e continuano a fare – sia io che Giovanni ne saremo sempre grati, perché senza il loro aiuto sarebbe stato tutto molto più difficile. Sono diventate per me un ingrediente indispensabile per trovare quel nuovo equilibrio così difficile da trovare, specialmente all’inizio.

Lo chiamano, infatti, “balance”, ovvero la capacità di bilanciare tutte le sfaccettature della propria vita. La ricetta? Per ora, ne ho solo scoperto qualche ingrediente: passione, tenacia, empatia, supporto, "qualità e non quantità". E devo ammetterlo anche un pizzico di pazzia e tanti sacrifici. Già, sacrifici… Niente ti viene regalatoAnzi! Quando però un traguardo viene conquistato, la gratificazione è immensa. Tuttavia non è mai facile. Né per me, né per Giovanni ed ora nemmeno per il nostro bambino. Ci si aiuta, ci si sostiene a vicenda. Essere interscambiabili è fondamentale. E non c’è rancore quando il lavoro richiede più tempo e attenzione. Non è facile ma si può fare. L’armonia in famiglia è un cardine irremovibile per affrontare il mondo esterno con tranquillità. E come fare? Per me vuol dire ricavare momenti unici anche se brevi ogni giorno solo per noi. Uno dei preferiti? Direi la cena. Un momento di raccoglimento in cui si condividono le esperienze della giornata e si ride e si riflette, un momento felice solo per noi, come famiglia. Mi ripeto sempre “qualità e non quantità”.

Nella residency ci sono tanti momenti difficili. Quelli più faticosi per me sono state le lunghe notti (di solito 7 settimane ininterrotte di lavoro notturno: 6pm - 6am) trascorse in ospedale lontana dalla mia famiglia. Come mamma è difficile non andare a prendere il proprio bambino all’asilo tutti i giorni, ed è ancora più difficile non vederlo abbandonarsi al sonno tranquillo, intanto che le tue dita gli accarezzano i riccioli dorati o, ancora peggio, non vedere il suo sorriso contagioso. È in casi come questo che il “senso di colpa” si è insinuato nel mio subconscio. E ha fatto e fa molto male… È in questi momenti che ti chiedi “avrò fatto bene a scegliere questo lavoro, qui a Boston, dove l’impegno e il tempo richiesto sono così rigidi e totalizzanti, dove non c’è una grande tutela per le mamme?”.

Di solito, è soltanto camminando lungo i corridoi della “Pike” del Brigham, che riesco a trovare un po’ di conforto con me stessa. Di notte ad esempio, camminare per l’ospedale semideserto è un’esperienza quasi surreale. Ti senti come padrone dell’intera struttura. Le pareti ricoperte di ritratti di famosi medici e chirurghi scorrono vicino a te ed inizi a sentirti parte di quella storia. E speri che un giorno anche il tuo lavoro e la tua ricerca possano avere un impatto sulla vita dei malati come è stato per questi grandi maestri. E mentre rifletti e cerchi di non pensare a che madre degenere sei perché lasci tuo figlio a casa da solo con il papà, il pager suona. Ecco... La mia vita da resident riprende… L’adrenalina cresce... Sono già in sala operatoria. Mi infilo nel camice sterile. Il mio paziente è sul quel sottile filo che lo separa tra la vita e la morte. Il bisturi incide veloce la cute, il mio attending mi assiste nell’intervento. Una volta finito, mi siedo appena fuori dalla stanza del paziente. Abbiamo salvato la vita a questa persona. È un grande privilegio e onore. Per me, la sala operatoria è sempre stata un tempio sacro, una dimensione atemporale, dove neanche la luce del sole penetra, dove il tempo è solo scandito dalla frequenza cardiaca del paziente. Concentrazione, movimenti eleganti e conoscenza dell’anatomia ti guidano. La sala operatoria è il mio habitat, la mia seconda casa. Tutte le preoccupazioni e i sensi di colpa rimangono fuori. Sei tu, il tuo paziente, il tuo team e i tuoi strumenti e la bellezza unica di mettere in pratica ciò per cui hai studiato tanto. Ma, per poterlo fare, ci vuole dedizione, pazienza e tempo. Già, tempo… 100 ore settimanali

Finalmente a casa… La porta si chiude dietro le mie spalle, il profumo della colazione appena preparata invade la casa ancora silenziosa (è bello sentirsi coccolati dopo lunghe notti di lavoro!). Così inizia la mia seconda vita, quella di mamma, piena non solo di sorrisi e abbracci del mio piccolo principe e del suo papà, ma anche di doveri e d’impegni.

Non è facile essere una mamma che lavora qui negli Stati Uniti, specialmente in un ambiente ancora molto maschile ed altamente competitivo. Come ho detto, non ho ancora trovato tutti gli ingredienti della ricetta per avere un balance perfetto, ma si può fare se lo si vuole, se si è disposti ad accontentarsi “della qualità e non della quantità” dei momenti insieme, se ci si organizza e se si è così fortunati da avere una famiglia in grado di capire il tuo lavoro, disposta a fare sacrifici per darti supporto nei momenti di bisogno. Alla fine della giornata (o all’inizio…) il sorriso e la serenità di mio figlio e di Giovanni rimangono sempre la ricompensa più grande.

Beatrice

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8 commenti su “Mamma e chirurgo “in training” in una terra ormai non più straniera

  • daniele brunati

    scusa Beatrice per l’ errore commesso nel mio commento di alcuni giorni or sono .
    Brava ancora di più per non averlo evidenziato
    Daniele Brunati ,

    • ItalyGoes2 L'autore dell'articolo

      Buongiorno Daniele! Non ci sono assolutamente problemi, capita a tutti di avere delle sviste (e in realtà ci stavamo domandando chi fosse questa misteriosa Annalisa con una storia simile a quella di Beatrice)! 😀 Cari saluti e buon weekend!

  • Lorenzo

    Grande… Non ci sono altre parole per commentare la tua storia. Grande persona… Grande donna… Grande mamma… Grande moglie… Grande professionista… Grande esempio per tutti. Cara Beatrice fai onore alla tua famiglia… All’Italia… Al genere umano!!! Grazie… Brava… Bravissima!
    Lorenzo

  • Daniele brunati

    Annalisa , ti posso dire solo brava , ho ricevuto da Lorenzo V. quanto hai scritto sulla tua affascinante esperienza in terra americana , sono orgoglioso di essere stato utile per lo svolgimento del tuo matrimonio a Ossuccio sul lago di Como .
    E con persone come voi che l’Italia è grande all’estero .
    Un forte e sincero grazie alla vostra splendida famiglia ( compresi i nonni)
    Daniele

  • Annalisa Frosali

    Brava, brava, brava!
    Continua ad essere forte così e avrai tante soddisfazioni nella vita: prima di tutti quella di aver salvato molte vite e di conseguenza molte famiglie.
    Cerca di raggiungere i tuoi obiettivi adesso che sei giovane, perché dopo le tue priorità potrebbero cambiare …. Un grande in bocca al lupo!!!