La mia sfida: crescere i pargoli negli USA


Crescere dei figli italiani negli Stati Uniti, trovando un punto d’incontro tra i panini pallidi e la polenta al ragù nella schiscet lunch box è una vera e propria sfida.

Ci sono riuscita? Probabilmente si. Come? Non lo so, ma cercherò di capirlo insieme a voi.

Ci siamo trasferiti a Seattle undici anni fa, a pochi giorni dai compleanni dei miei figli che compivano uno e quattro anni. Il piano iniziale era quello di un trasferimento temporaneo, un paio di anni al massimo, ma, a quanto pare, ci siamo trovati bene e abbiamo deciso di rimanere ancora per un po’.

All’inizio non è stato semplice, soprattutto per la mia primogenita che, per l’età, parlava proprio bene l’italiano ed aveva una vita sociale molto attiva, circondata dai parenti e dagli amici coi quali ci si fermava a giocare al parco tutti i giorni dopo l’asilo. La priorità, in un primo momento, è stata l’apprendimento della lingua straniera in modo tale che la bambina si potesse inserire quanto prima nella nuova realtà, pur continuando a coltivare la lingua e la cultura italiana. Ho scelto per lei un asilo con pochi alunni, dove poteva essere meglio seguita nel suo percorso di apprendimento dell’inglese; l’ho aiutata portandola spesso in biblioteca dove, periodicamente, alcuni educatori leggevano favole per i bambini e l’ho stimolata leggendole anche io libri in entrambe le lingue.

Per fortuna ci siamo trasferiti in una città, Seattle, terza negli Stati Uniti per diversità geografica: prendendo due persone a caso qui si ha il 79% di possibilità che esse siano nate in diversi posti degli USA o del mondo. A scuola ci sono bambini polacchi, russi, israeliani, cinesi e indiani, solo per citarne alcuni. Abbiamo celebrato Pasqua e Pass Over, una compagna di classe porta il chador ed un’altra ha l’altare indù in casa. Mi ricordo ancora di quando mia figlia tornò da scuola e mi raccontò del compagno di classe che aveva ben due mamme. Un duro colpo al famoso detto, italianissimo, “di mamma ce n’è una sola!”. Essere diverso è il nuovo normale e questo ci è stato di grande aiuto nell’inserimento. Abbracciando le diverse culture con entusiasmo, aprendoci a ciò che di meglio ognuna ha da offrire, abbiamo imparato ad accettare la nostra diversità ed a sentirci orgogliosi di essere italiani e poter condividere quello che rende unica la nostra cultura: dal cibo alla storia, dalle bellezze naturali all’arte e ai tanti campi in cui l’Italia eccelle.

Nella mia esperienza i bambini imparano giocando e divertendosi, quindi il trucco che posso suggerire è incuriosirli ed assecondare i loro interessi. Stiamo attraversando la fase selvaggia e cruenta? Arriva il gioco "Pompei" dove, ad un certo punto, il vulcano erutta e inghiotte chi non riesce a correre al riparo in tempo. Questa storia del vulcano ha stimolato l’interesse del più piccolo che, con l’aiuto della maestra, è arrivato a casa con una piccola raccolta di libri che raccontavano proprio di Pompei. Fortuna vuole che si abbia avuto la possibilità di visitare gli scavi dopo qualche anno, con somma gioia del giovane esploratore.

Il figlio ha bisogno di essere incoraggiato a scrivere in italiano? Si pesca dal cappello l’amichetto lasciato in Italia, e si introduce il magico mondo della corrispondenza epistolare. Peccato che i bambini moderni siano molto sgamati e, dopo le prime due letterine, abbiano scoperto il ben più magico mondo delle chat. Complici il fuso orario e gli impegni scolastici, i messaggi si sono ridotti a dei desolanti: “Ci sei? Quando torni? Ci sentiamo dopo! Ci sei?” Pazienza, ma almeno sul “ci” e il “quando” non abbiamo più dubbi.

Non pensate che mi sia arresa facilmente! Ho scoperto che i bambini amano la Settimana Enigmistica e che ci sono dei libri di enigmistica dedicati ai più piccoli. Bingo! Ho passato lunghe estati risolvendo le parole crociate senza sosta. Non si era più liberi di scambiare due chiacchere con gli altri adulti perché, ogni tre minuti, arrivava puntuale il quiz. Non appena risolto uno schema attaccava il secondo figlio: una mezza persecuzione, ma almeno abbiamo parlato di città, regioni, personaggi storici e sportivi, imparato a dividere in sillabe e scoperto l’esistenza delle doppie. Niente male, direi!

Abbiamo cercato di stimolare l’interesse nella geografia viaggiando, cercando destinazioni che potessero destare curiosità in bambini della loro età e che fossero nominate spesso a scuola, posti che bilanciassero visite a “noiosissime” chiese con arrampicate mozzafiato (in tutti i sensi) su torri e campanili. Venezia è stata una delle prime tappe, con i canali, l’assenza di auto e l’acqua alta. “Ma loro (i veneziani n.d.r.) lo sanno che esistono le macchine?” “Certo, ma viaggiare in gondola è più divertente!” Poi Torino e il Museo Egizio con tutte quelle belle mummie, Roma ed il Colosseo, il Circeo e le ville romane e, soprattutto, le grotte con i pipistrelli … ma anche Parigi, Amsterdam e altre città europee perché in fin dei conti siamo anche Europei. Per ora destinazioni turistiche - con il tempo approfondiremo l'argomento.

Mantenere vive le tradizioni italiane è un altro modo per far conoscere ai bambini usanze che altrimenti andrebbero perse, mentre celebrare le feste locali li fa sentire più vicini ai loro amici americani.

Ne abbiamo preservate molte: il pranzo di Natale a base di lasagne preparate tutti insieme in un pomeriggio di dicembre, denominato “Lasagnathon”; a Pasqua non possono mancare la Colomba e le uova di cioccolato, ma con l’aggiunta della caccia all’uovo in giardino, usanza americana. Tra le new entries c'è anche il campeggio “estremo” (tutto ciò che non ha una camera con bagno e riscaldamento per me è estremo) e gli s’mores, dolcetti a base di biscotti, cioccolato e marshmallows arrostiti, preparati intorno al fuoco.

Alcune usanze, come il Carnevale, le abbiamo perse per strada. Non perché non sia degno di essere celebrato, ma per il semplice motivo che tirare fuori i costumi di carnevale o mettermi a friggere frittelle nel clima umido di febbraio proprio non mi ispira... e poi i miei figli sarebbero gli unici due a girare in maschera a metà marzo - maschere tipicamente Halloweenesche, per giunta. Minimo qualche sguardo di traverso me lo guadagnerei.

E, a proposito di Halloween, questa festa ci vede alle prese con la decorazione molto elegante del giardino: lapidi, ossa assortite (finte, eh!) e ragnatele gigantesche. Indossiamo degli abiti altrettanto eleganti e uno (io) resta a casa ad accogliere i trick or treaters e ad offrire dolcetti, l’altro (il marito) accompagna i figli in giro per il vicinato elemosinando caramelle di porta in porta. Per fortuna per il Ringraziamento ci limitiamo al tacchino ruspante e alla zucca, facendo finta di non sapere dell’esistenza del gratin di patate dolci e marshmallows (perché a tutto c’è un limite).

Infine, nonostante abbiamo alleggerito e abbreviato di parecchio il pranzo, ormai relegato al capitolo “antiche tradizioni italiane”, il calore della cena tutti insieme rimane un punto fisso, dove ci si ritrova per raccontarsi la giornata e godere della compagnia reciproca, attorno a cibo preparato in casa con amore dalla vostra corrispondente di oggi. Un aspetto dell’essere Italiani di cui i miei figli vanno fieri - soprattutto quando si confrontano con alcuni dei loro amici che consumano la cena a turni, spesso con cibo del take-out o minestrina disidratata, tra auto, divano e tavolo. Questo, invece, lo abbiamo relegato al capitolo “strane tradizioni americane”.

Paola

ps: seguite le avventure di Paola! Date un'occhiata al suo blog: http://io-e-loro.blogspot.com

 

 

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2 commenti su “La mia sfida: crescere i pargoli negli USA

  • Giulio Salmoiraghi

    Cara Paola,ti leggo con interesse perché mi rivedo in te. Vivendo all’estero, come genitore ho affrontato le tue stesse problematiche di far crescere dei figli in un paese diverso dal nostro . È giusto che i nostri figli pur inserendosi nella nuova realtà non dimentichino le origini ,la cultura i costumi del bel Paese. Complimenti ancora per la tua bella famiglia.
    Cari saluti . Giulio