Tempo di nuove avventure: la Cina


Avete presente le persone magnetiche? Quelle che catturano da subito il vostro sguardo e vi incuriosiscono anche stando lì, ferme, senza fare nulla di particolare? Ecco, io penso che Anna faccia proprio parte di quella “categoria”. Ci siamo incontrate in Ghislieri, il collegio in cui abbiamo vissuto durante gli anni unversitari a Pavia (insieme anche a Laura e Beatrice). Mi ricordo di averla notata immediatamente, il primo giorno, appena entrata in “sala caffè”, la zona di ritrovo comune. Leggeva un quotidiano seduta su un divano di pelle scura e si arrotolava una ciocca di capelli intorno ad un dito (cosa che ai tempi – non so se lo faccia ancora oggi – faceva molto spesso, quando era assorta). Sorseggiava del caffè (giustamente) e, pur nell’assoluta semplicità del momento, era stupenda. Non so come mai mi avesse colpita tanto già in quell’istante, ma posso assicurare che quell’impressione iniziale si è amplificata col tempo e la conservo tutt’ora. Ci siamo conosciute meglio durante quegli anni ed eravamo un duo formidabile quando si trattava di sfidare a “scopone scientifico” i nostri compagni dopo pranzo (e di vincere 9 volte su 10 - a suon di 7 belli, primiere e napole). Nonostante questo, mi intimoriva: la vedevo tanto bella quanto libera. Ed infatti, come spiegherà lei stessa tra poco, Anna ha sempre avuto uno spirito a suo dire “selvaggio”, che traspare in quel che fa, anche nelle piccole cose. Dà l’idea di essere una tipa tosta, una di quelle con le idee ben chiare in testa, difficili da cambiare. E per questi motivi l’ho sempre ammirata molto.

Dopo l’università sognava la carriera diplomatica. Dato che l’esame di ammissione è davvero impegnativo, al posto di rischiare una strada solo per l’idea di ciò che poteva essere, prima di investirci ulteriori fatiche e lunghi anni di studio (la partecipazione ad un master in preparazione non è obbligatoria ma caldamente consigliata), una domanda iniziò a farsi largo nella sua testa: “perché non provare a vedere cosa significhi davvero lavorare per quel mondo?”.

Ecco allora che lei ci prova (e ce la fa): l’application per uno stage al Consolato di Londra viene approvata e, tre mesi dopo, si ritrova tra le mani un contratto di lavoro vero e proprio, che la terrà impegnata per un anno intero tra quelle mura. Dopo l’esperienza in Consolato e una breve pausa di nuovo in patria, trova un altro impiego presso una società londinese in cui conosce tante persone, molti amici e… anche colui che sarebbe ben presto diventato suo marito e che avrebbe dirottato la sua vita verso mete ben più distanti. Infatti, da quel momento, la ruota del destino gira ancora e per Anna la bussola punta tutta verso Oriente.

Carlotta

 

Il mio 2015 cominciò con due certezze: un matrimonio da organizzare per Luglio e una partenza transoceanica da gestire per Ottobre. Destinazione: Cina. Durata del progetto: 1-2 anni.

Mi chiamo Anna, ho 33 anni e circa un anno e mezzo fa colui che sarebbe presto diventato mio marito iniziò a parlarmi di questo progetto di lavoro che avrebbe implicato il nostro trasferimento in un nuovo punto del Globo.

Perché ho detto di sì? Innanzitutto perchè il non-ancora-marito lo desiderava molto, poi perché sarebbe stata un’occasione lavorativa non da poco anche per me ed infine perché il pensiero di una nuova avventura strizzava l’occhiolino alla mia parte un po’ “zingara”.

D’altra parte fin da quando ero una bimbetta poco più che seienne, e per buona parte della mia adolescenza, sono stata tirata su da mia nonna e dalla mia prozia a suon di storie fantastiche. Fantastiche non nel senso di inventate, ma nel senso di storie vere: di vita, di studi, di amori, di guerra, di viaggi, storie di una spavalda ventenne che nel 1935 (!) si trasferì tutta sola in Germania per imparare il tedesco. Storie di libertà.

E io non vedevo l’ora di crescere per vivermi le mie di avventure. A 18 anni sono andata a studiare in un'altra città (Pavia, dove ho conosciuto Carlotta) e, finita l’università, sono partita per Londra, dove mi sarei fermata per tre intensissimi e adrenalinici anni.

Poi, un giorno, ho voluto iniziare a costruire qualcosa di più stabile e per me ciò coincideva imprescindibilmente con casa. A 29 anni sono rientrata a Brescia e ho trovato un nuovo lavoro: tutto era tornato normale.

Ma per l’appunto in life "never say never" e così, in men che non si dica, arrivò Ottobre e io mi ritrovai, sfinita dopo un volo AirChina di 12 ore, avvolta in una coltre di umido e aria sporca a fissare uno degli infiniti altissimi casermoni/grattacieli che si stendevano a vista d’occhio in quella che sarebbe stata la mia nuova casa. Lo shock fu notevole: il mio spavaldo coraggio si frantumò in mille pezzi e la zingarella che c’è in me alla vista di tutto ciò decise (la traditrice!) di tornarsene a casa. Nella nostra vera casa.

Avevo bellamente salutato tutto il mio mondo di certezze che mi ero costruita negli ultimi quattro anni, il tutto per imbarcarmi in un’avventura decisamente più grande di me: sposata da tre mesi, ad affrontare un nuovo equilibrio di coppia, in un paese così diverso dall’Europa, a gestire una nuova sfida lavorativa, in una città - Wuxi - abitata da 6 milioni di cinesi con solo una piccola, irrisoria, manciata di expat.

Ah, e senza parlare una parola di cinese.

Ah, e a Wuxi NESSUNO parla inglese.

Dopo una settimana di psicodrammi (forse anche due o tre settimane), mi sono detta che in fin dei conti era già successo altre volte che l’asticella sembrasse piazzata troppo in alto. E alla fine, una volta scavalcata, riguardandomi indietro non mi sembra poi più così insormontabile. Bastava solo, fare un pezzettino per volta, provare a vivere questa vita, la loro vita.

E così, ad Ottobre dell’anno scorso, in un modo decisamente tumultuoso, è cominciata un’altra storia: dopo quella pavese, londinese, bresciana, ora sarebbe stata la volta della vita cinese!

Anna

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