Spiccare il volo ed unire i puntini. Riflessioni per futuri “expat”.


Donovan Livingston. È questo il nome (probabilmente lo avrete già sentito) dello studente di Harvard che, tenendo il suo graduation speech, ha stregato, se non il mondo intero, davvero un numero impressionante di persone (12 MILIONI di visualizzazioni, solo sul canale ufficiale di Facebook). Ho ascoltato rapita il suo discorso - ok, l’ho dovuto risentire qualche volta perché ha un accento così forte e una velocità nel parlare tale che non è facilissimo cogliere tutte le parole senza sottotitoli - e mi sono ritrovata a fare delle considerazioni, non strettamente collegate, ma ispirate proprio dal suo intervento. Un po’ quello che era successo quando, anni fa, Steve Jobs ci stupì tutti con il suo “connecting the dots”, insomma.

Ai tempi, il papà della mela morsicata ci faceva notare - con tutta la sua fiera saggezza di uomo vissuto - come nella vita, a un certo punto, guardandosi indietro, ci si accorga che tutti i puntini si uniscono - in fin dei conti - alla perfezione e che anche gli errori fatti o le sconfitte subite si possono trasformare in ponti verso nuove mete.

Oggi, Donovan, dal canto suo - con tutta l’energia tipica di un giovane deciso e conscio delle sue potenzialità - ci fa riflettere sul fatto di quanto certe occasioni quando si presentano non andrebbero sprecate (come la fortuna di poter ricevere un’educazione solida) in quanto potrebbero rappresentare il giusto propulsore in grado di spingerci oltre quelli che riteniamo essere i nostri limiti di oggi. Perché, in fondo, anche il cielo che vediamo sopra di noi "it’s not the limit but only a beginning".

Io (e badate bene, è un'opinione del tutto personale) sono della stessa idea.

Essendo il nostro blog incentrato sul condividere le esperienze di Italiani all’estero, questo articolo vuole essere, a suo modo, dedicato a tutti coloro che, per un motivo o per un altro, si trovano ad un bivio ben preciso della loro vita - che noi expat ricordiamo bene: quel delicato momento in cui bisogna decidere se cogliere l’occasione e saltare su quel treno (o molto più probabilmente su quell’aereo) che vi porterà lontano da casa, oppure se voltargli le spalle per continuare a costruire il proprio percorso dove si hanno radici ben salde. Quel momento in cui bisogna capire se vale di più il coraggio di spiccare il volo (letteralmente in questo caso appunto) o la forza di rinunciare a un’occasione che, magari, non si presenterà più.

È palese che, tra le due opzioni, io scelsi la prima. E per questo mi viene forse più facile capire perché sempre più persone decidano alla fine di farlo quel passo nel vuoto che sarà in grado di destabilizzare in un colpo tutte le loro abitudini e anche alcune delle loro certezze più profonde. È impossibile che non sia successo, ne sono sicura. Qualsiasi Italiano che abbia valutato la possibilità di trasferirsi all’estero avrà dovuto sicuramente fare i conti con pensieri, timori ed interrogativi che, in un certo qual modo, ci accomunano. Di base, i motivi principali per cui un Italiano decide di trasferirsi all’estero sono essenzialmente tre: per studio/lavoro, per amore o per insoddisfazione e voglia di cambiare aria. Ovviamente, gli scenari possibili sono molto vasti e le ragioni del trasferimento sono cumulabili ed interscambiabili tra loro.

Personalmente, io mi ricordo benissimo quel momento in cui ho iniziato a sentirmi insoddisfatta di quello che stavo facendo. Dal Lunedì al Mercoledì ogni mattina la sveglia squillava puntuale alle 6. Alle 6.30 ero già in macchina e sfrecciavo veloce (forse troppo veloce, per i gusti di mia madre) sulla Tangenziale Ovest di Milano in direzione Svizzera per andare a lavoro. 90 km per arrivare in studio ed altrettanti per tornare a casa la sera. Il Giovedì alle 6.50 prendevo il treno regionale che mi avrebbe portata fino a Genova, mentre il Venerdì ero abbonata al ritardo del passante Pavia-Porta Venezia delle 7:09 verso Milano. Insomma, una settimana da tipico lavoratore frontaliere/pendolare, passata a schivare le code in autostrada o ad imprecare contro il sistema di trasporto pubblico. Il mio lavoro mi è sempre piaciuto (per fortuna) e la voglia di faticare per migliorarsi non mancava. Però. Però qualcosa non quadrava come avrebbe dovuto. Mi vedevo come dentro la scena di un film che, ogni sera, si riavvolgeva per ripartire uguale la mattina seguente. I weekend trascorsi in famiglia o con gli amici erano l’unico momento in cui forse, a volte, lo sfondo cambiava almeno un po’. Ho cominciato a chiedermi perché mi sentissi così e perché non cercassi di cambiare le cose. E queste possono sembrare domande scontate o stupide, ma avere il coraggio di rispondere sinceramente non è sempre così ovvio e scontato.

Alla fine, un po' come tutti gli altri autori che hanno condiviso le loro esperienze qui con noi e tanta altra gente, ho capito che volevo vivere diversamente (almeno per una parentesi della mia vita), ampliare i miei orizzonti e, come dice Donovan, cercare di sfruttare le opportunità che mi si stavano presentando, senza preoccuparmi troppo di cosa stavo lasciando a casa. Quando ho ricevuto l'email in cui mi veniva comunicato che ero stata accettata nel programma di specialità qui a Göteborg, la gioia che ho provato è stata la conferma di quanto avessi bisogno di cambiare aria. Ovviamente era un traguardo per il mio lavoro (o un nuovo punto d'inizio), ma non ero felice solo per quello. Esultavo del fatto che una nuova avventura si stava profilando all'orizzonte. Che avrei fatto le valigie e me ne sarei andata lontano, in un'altra nazione, che avrei dovuto cavarmela da sola, lontano dalla famiglia, dagli amici storici, dalle cose quotidiane. Avevo paura, certo. Non sono state tutte rose e fiori e non ho trovato il paradiso ad attendermi. Ma il fatto di cambiare quella vita così ben impostata, così lineare, ha ridato ossigeno alla mia anima e mi ha fatto crescere. Vivere all'estero non è facile e la mancanza di casa si farà sentire, eccome. Però. Però è un'esperienza capace di arricchirvi molto dal punto di vista personale. Vi farà vivere esperienze che altrimenti non avreste potuto avere, conoscere culture che non avreste nemmeno immaginato poter essere così lontane dalla vostra e vi farà, a volte, adattare a situazioni che prima vi sarebbero state, se non scomode, almeno un po' strette.

Per tutti questi motivi mi sento di dire a coloro che si trovano a questo particolare bivio della loro vita: se avete un'occasione, non sprecatela. Se siete insoddisfatti, se avete la possibilità di cambiare le cose, se ve la sentite per davvero, non abbiate paura di spiccare il volo. La famiglia rimarrà lì a supportarvi. Il vostro(/a) ragazzo(/a), se è quello giusto(/a), troverà il modo di far funzionare la cosa insieme a voi. Gli amici forse prenderanno strade diverse, ma le avrebbero prese comunque anche se voi foste rimasti. È vero, scegliendo questa strada perderete per forza qualcosa durante il cammino. La laurea del cugino. La cena a sorpresa per il compleanno del vostro migliore amico. Perderete anche avvenimenti più importanti, forse. La nascita di un nipote. Il matrimonio di un amico. Il funerale di qualcuno a voi caro. Per questo ci vuole coraggio.

Ad ogni modo, penso ce ne voglia tanto anche per restare, per dire "NO" a un cambiamento che idealmente potrebbe apparire come una via di fuga o come la soluzione ai problemi del momento. Bisogna trovare tanta forza anche nella rinuncia. E non c'è un giusto o sbagliato. Ci siete solo voi e un'occasione che a volte si presenta e che, forse, domani non ci sarà più.

Carlotta

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