Tornare in Italia, un anno dopo.


La maggior parte degli emigrati con cui mi è capitato di chiacchierare sono persone abituate a stare lontano da casa per molto tempo. Che poi ... casa. Riflettendo su questo termine, utilizzato da me per indicare la nazione di provenienza, mentre loro lo associano alla nazione di residenza, sono giunta ad una conclusione. "Tornare a casa" - questa frase - sembra abbia la connotazione di "tornare in madrepatria" solo per noi italiani. Per altri, la casa, è il luogo dove vivono da qualche anno, magari, addirittura, da qualche mese.

Per me, la casa, è rimasta a lungo ubicata in una stradina polverosa di Pavia Ovest. 

Ci riflettevo anche quando, carica di valigie, borse e bambina, mi imbarcavo per Francoforte, dieci giorni fa. Per la maggior parte degli emigrati da questa parte del mondo (Oceano Pacifico), tornare a casa due volte l'anno risulta quasi impossibile - soprattutto per i costi proibitivi, ma anche perché, a volte, manca la motivazione. Per me, quando vivevo a Toronto, era la norma. Dal 2011, anno in cui sono espatriata, è la prima volta che torno in Italia solo una volta, durante l'anno. 

E' passato, il Natale all'estero. Come una brutta malattia è scivolato veloce tra le pieghe dei piumini invernali, si è nascosto sotto le scarpe imbottite e sporche di fango dell'ingresso di casa. L'hai affrontato, pronta al peggio. Ed è finito. Sei guarita, hai cambiato le lenzuola, hai pulito le suole delle scarpe. Poteva esser peggio. Non sei stata così debole, non c'era così freddo, non è piovuto così tanto. Ci si abitua a tutto. Molto probabilmente anche a non tornare a casa per anni. 

Però, ecco che, per me, rimane quel tornare a casa. Me lo ritrovo in bocca, sospeso a metà di una frase. Si vede che ancora a Seattle non mi sono ambientata del tutto. Home. Per me, si tratta dell'Italia.

Ti sembra di poter vivere senza. Però, quando ci sei, ti senti come se questo posto ti appartenga. Ti siedi in piazza, mangi la pizza, alzi lo sguardo sul Duomo. Sarà che in Italia sono poche le cose che cambiano, di anno in anno, ma io mi riabituo immediatamente. Torno a girare per le strade della mia città camminando in mezzo alla via, torno a non salutare i commessi quando entro nei negozi, torno a mangiare gelati artigianali a mezzanotte di un'afosa serata di Luglio.

Si, forse è il sentimento di casa, forte, chiaro e sincero, ciò che mi fa pensare "questo luogo mi appartiene". 

Io, però, che non gli appartengo più. Sono da un'altra parte. Sono fuori posto. E' passato un anno. Magari qualche immigrato che ho incontrato in questo periodo all'estero mi direbbe che un anno non è niente. Però, se qualcosa ti appartiene e ci sei affezionato, sarebbe bello averlo sempre a portata di mano - poterlo annusare quando senti un cattivo odore, poterlo guardare quando fuori piove, poterlo bere quando ti viene sete. 

E fa paura. Tornare dopo un anno, dico. Perché non è mica successo nulla - non sei mica morta. Quella strana consapevolezza che, comunque vada, non appartieni più a casa, ma non sai, nemmeno tu, a quale luogo potresti appartenere, se non a questo. 

Chiara

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