Say yes to the dress, unconventional edition


Non ero preparata. O meglio, qualche puntata di “Say yes to the dress” l’avevo anche vista in televisione (mia sorella Letizia è una fan sfegatata), ma ero abbastanza sicura si trattasse di una messinscena. Mi sembrava impossibile che quelle ragazze non stessero seguendo un copione, che quegli abiti non fossero solamente i più eccentrici e pacchiani pezzi di stoffa del locale. Una cosa alla Forum, per intenderci.

Invece no. Era tutto, spaventosamente, vero.

Una delle prime cose a cui ho pensato, quando abbiamo deciso di sposarci in Italia e non avevo ancora ben chiare in mente le difficoltà che comporta organizzare un matrimonio da un altro continente, è stato il vestito. Mi sono detta: "vivo a Seattle - ok, non sarà Milano - ma avrò comunque l’imbarazzo della scelta".

Ho avuto l’imbarazzo. E basta.

Ora, escludendo Oscar de la Renta e Carlo Pignatelli per ovvi motivi di insufficienza di verdoni, la maggior parte degli stilisti che venivano elencati sui vari siti di Bridal Boutiques in Seattle mi erano del tutto sconosciuti. Ho iniziato a farmi una cultura in materia, osservando le pagine Facebook e gli hashtags su Instagram. Poi però, si sa: i social sono una cosa, la vita reale è ben diversa.

Pensavo di essere preparata. Poi sono entrata nel mio primo negozio (in tutto ne ho visti 6) in Downtown e sono rimasta traumatizzata. Letteralmente. A parte che, ad accoglierti c’è sempre un’invadentissima personal shopper, non sei libera di girare per il locale e farti un’idea, o, perlomeno, acclimatarti – ma la mia, giuro, sembrava uscita da un reality americano di matrimoni. Tacchi a spillo, truccatissima, con cartelletta glitterata in mano. Glitterata. Un tono di voce che sfiora le ventimila vibrazioni al secondo, inizia a cinguettare come una matta di quanto sia felice di incontrarmi: Siara!!!!!! What a beautiful name!!!!!!!!

Immaginatevi la faccia di mia mamma - che era in tuta.

C’è da dire che tempo zero la signorina ha capito l’andazzo. Dopo avermi chiesto quando mi sposavo (era Marzo ed il matrimonio era fissato per fine Agosto: OMMYGOOOD THIS IS SO LATE TO START SHOPPING MY DEAR!!!), se stessimo aspettando le bridesmates (YOUR FRIENDS, YOUR SISTERS, YOUR COWORKERS OR AT LEAST YOUR DAD???!) e se avessimo in mente una particolare tipologia di vestito (A-LINE, MODIFIED A-LINE, MERMAID, PRINCESS, BALLGOWN, ROMANTIC, SEXY, TRUMPET?????!) mi ha fatto accomodare e mi ha detto che ci pensava lei.

Avrei dovuto scappare in quel momento. Mi sarei risparmiata la vista della poverina, sudata, che cercava gli abiti più sobri possibili, relegati al magazzino del retro. Mi sarei risparmiata la sua faccia commossa che cercava di vendermi un vestito trasparente che a suo dire era super elegante con sotto la giusta lingerie.

Ma, soprattutto, sarei dovuta scappare in quel momento perché, in contemporanea al mio appuntamento, nel salottino di fianco, c’era una ragazza americana - non particolarmente leggiadra - che sembrava uscita dal programma Say Yes. Dieci bridesmates urlanti e piangenti, sorseggiavano champagne per brindare ad un vestito talmente aderente che le sue braccia iniziavano a diventare color violetto. Ah, dimenticavo. C’era pure il chiwawa con il collarino di pietre luccicanti. Giuro.

Dopo la prima, sfortunatissima, esperienza – di cui non ho nemmeno le foto, tanto ero sconvolta – abbiamo deciso di cambiare strategia. Mia mamma ha iniziato a truccarsi ed io usavo tutti i miei accessori giusti (italiani) per entrare nelle boutiques. Decisa, mettevo subito in chiaro che avevo bisogno del vestito massimo per inizio Luglio, non volevo trasparenze se non sulla schiena e nessuna scollatura. Assolutamente vietato portami fuori abiti del tipo ballgown (che in confronto Cenerentola non è nemmeno vestita) e tutti quelli da principessa talmente pesanti che praticamente sono l’armatura di un principe.

Le ho viste faticare tantissimo, le sale associates, da Nordstrom soprattutto. Con caparbietà, per la loro percentuale. Mi hanno chiamato la sposa non convenzionale (rompicoglioni suonava male, ovviamente). Tiravano fuori vestiti stranissimi, che nessuno considerava, di stilisti europei (perché si erano convinte tutte – e poi alla fine, in questo, avevano ragione – che non era possibile accontentarmi con abiti americani). Io facevo le mie foto, ringraziavo e sparivo. Mi perseguitavano per email, nei giorni seguenti. Io sono stata talmente non convenzionale che ho pure risposto (alle prime). Un po’ disperata, un po’ rassegnata. Quasi pronta a salire sul primo aereo per Milano.

Poi è successo. Per carità – non come nei film e nemmeno, grazie al cielo, come in Say yes. Ma, ad un certo punto, ad inizio Aprile, in uno degli ultimi, meno conosciuti negozi di Seattle (dove vigeva il divieto assoluto di fotografare qualsiasi capo), ho provato un abito di Pronovias che, un minimo, ha fatto commuovere la mamma. Io l’ho guardato, allo specchio. Incerta. Non era come me l’ero immaginato, il mio vestito da sposa. Però era bello. Mi stava bene. Era il mio stile. Tulle morbido, pizzo chantilly di Francia, trasparenze sulla schiena. Prezzo stellare ma scontato perché usato in passerella a NYC. Mia cugina mi aveva detto: quando lo indosserai, capirai subito che è il tuo. Ti emozioni.

Io, sarà che non sono convenzionale, ma l’ho capito dopo. Molto dopo. Dopo il matrimonio, intendo. L’ho capito quando l’ho tolto. Quando, la mattina del 29 Agosto l’ho visto sulla sedia, tutto scomposto, rovinato in fondo, il tulle bucato dove l’avevo calpestato. Ho avuto l’impulso di rimetterlo, di riguardarmi allo specchio. L’ho toccato e guardato da vicino. Che peccato, ho pensato – tenerlo su per così poco tempo. E’ bellissimo. Il mio abito da sposa.

Chiara

Ps: nessuna di queste foto è il mio abito da sposa. Queste sono foto di quelli che mi piacevano ed avrei potuto comperare.  Per fortuna, poi l'ho trovato. Per vederlo, dovrete però aspettare ancora un po’.

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