Green Card, ovvero storia di una nascita californiana


C'erano una volta - molto tempo fa - due ragazzi innamorati.

Così inizia la storia della mia Green Card, la carta verde americana che molti immigrati negli Stati Uniti sognano per tantissimo tempo. Io l'ho ottenuta in poco più di un anno ed il motivo, se volete saperlo, risiede proprio in questo c'erano una volta che sto per raccontare. La storia, però, è alquanto romanzata, per mancanza di particolari dai diretti interessati. Ma, poiché li conosco bene, potete fidarvi.

Dicevamo.

C'erano una volta due ragazzi innamorati. Si erano appena sposati, erano giovani e (soprattutto lei) molto belli. Lui era il classico secchione, quello che a scuola vorresti tirargli un coppino ogni volta che si sistema gli occhiali sul naso e risponde alle più difficili domande del professore. Risponde a tutto, anche a quello che chiedono a te. Filosofia, latino, greco, matematica, storia, fisica. Scommetto che pure in ginnastica se la cavava egregiamente. Insomma - un tipo insopportabile. Lei era la classica ragazza di campagna, di buona famiglia, bellissima, semplice e scanzonata. Brava a scuola quanto basta, sognava di girare il mondo e di divertirsi. 

Lui, abituato ad ottenere tutto e subito, ne ha sudate di camice per conquistarla. Durante gli anni dell'università si iniziano a frequentare, si vedono spesso come amici. Poi, un bel giorno, lei parte per l'America - vuole scrivere la sua tesi in lingua inglese e passa qualche mese a Yale. Non è la prima volta oltre oceano: ci è già stata per imparare l'inglese qualche anno prima. Erano gli anni ottanta ed allora, quando si partiva, si era lontano davvero. Ogni tanto chiamava a casa usufruendo di quei centralini intercontinentali attraverso cui, mi immagino, il suono arrivava poco chiaro, in differita. Raccontava a sua sorella maggiore le puntate di Beautiful  - perché in America erano avanti di qualche stagione e così, la sorella sarebbe stata in grado di fare spoiler ancora prima che questa parola venisse inventata. Insomma, lei era partita - lui era rimasto in Italia. Ma le scriveva lunghe lettere d'amore, la tartassava ogni giorno e, quando poteva permetterselo, la chiamava al telefono. Chissà se, da qualche parte, quelle lettere ci sono ancora. Sarei curiosa di leggerle. Vorrei proprio capire se, oltre ad essere eccellente in tutto, era anche capace di fare il romantico davvero

Ad ogni modo, si sa come vanno queste cose. Quando lei torna in Italia per laurearsi in Legge, si arrende. Lui sa essere, ancora adesso, abbastanza persuasivo (leggi testardo). Lei lascia il moroso americano che si era trovata a Yale perché si era innamorata di quel noioso secchione. Dopo qualche mese, si sposano. Nel frattempo lui viene ammesso in una delle scuole di Ingegneria più famose del mondo, per un Master. Si tratta di UC Berkeley, in California. A Oakland si fa accompagnare dalla mogliettina, che, poco dopo, rimane incinta. Nascerà qualche giorno prima della Graduation un bel bambinone di quasi quattro chili, dagli occhi scuri. Si chiama Paolo Martino. Americano per nascita, italiano di sangue. 

Questo bambino ora è mio marito. Gli occhioni marroni sono rimasti belli luminosi, contornati da lunghe ciglia nere. Loro, ovvimanente, sono i miei suoceri. Lui è rimasto abbastanza testardo - lei è sempre una bella donna. 

Il fatto che Paolo sia nato in America ed abbia il passaporto americano ci ha facilitato, non poco, nel nostro percorso d'immigrazione negli USA. Poiché qui non sono riconosciute le unioni di fatto (per questo fine), lo scorso autunno ci siamo sposati civilmente a Seattle ed abbiamo avviato il processo burocratico per il cambiamento di status (da visiting a resident). Anche qui la burocrazia è lunga e costosa. Non ci siamo fatti aiutare da nessun avvocato (la parcella media in questi casi si aggira intorno ai tremila dollari). Abbiamo fatto tutti da soli (o meglio, Paolo ha compilato i documenti, essendo lo sponsor, io ho firmato e mi sono preoccupata di portare Bianca a fare le foto - cosa non da poco, credetemi). Ci hanno poi preso le impronte digitali, ci hanno fatto alcune foto e ci hanno lasciato aspettare. Ad Aprile abbiamo ricevuto il permesso di lasciare il paese nell'attesa dell'intervista ufficiale. Il 24 Ottobre, a distanza quasi di un anno dal matrimonio civile, abbiamo fatto The Interview al dipartimento di Homeland Security di Seattle. Quasi 20 minuti di domande e risposte, sulla nostra storia, sulla nostra famiglia, sul nostro futuro. L'interrogatorio, finito con Bianca che dichiarava di voler fare pipì sulla moquette del piccolo ufficio, è andata bene e, qualche giorno fa, abbiamo ricevuto le nostre carte verdi. 

Bianca è diventata automaticamente anche americana (la terza ed ultima cittadinanza che la mia internazionalissima figlia potrà ottenere) ed io dovrò aspettare qualche anno per giurare con la mano destra sulla Bibbia davanti alla bandiera a stelle e strisce. 

Dicono almeno tre. Magari, però, ne aspetto quattro. Non so se mi piacerebbe avere la foto ricordo affianco al quadretto del Presidente degli Stati Uniti d'America. Dicono che il biondo platino mi sbatta un bel pò.

Chiara

 

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