Istanbul: vi presento mio marito


Ci sono persone che, nella nostra immaginazione, rimangono ragazzine per sempre. Conosco Lorenza da quando, appunto, era poco più che una bambina. Compagna di classe di mia sorella Letizia alle elementari, nella mia memoria si muove ancora con la coda tutta arruffata ed il sorriso sdentato. Ma è cresciuta - eccome se è cresciuta. Ogni tanto, quando la incontravo ancora in giro per Pavia, mi stupivo della giovane donna che era diventata e, istantaneamente, mi affiorava sulle labbra un sorriso. Lorenza è grande, mi dicevo. Ora è una donna. Questa donna ha portato la sua coda (ancora un po' arruffata, da quello che vedo in fotografia) ed il suo sorriso (ora perfettamente dotato di denti) in Turchia. Vive ad Istanbul da qualche anno. Si, lo so cosa starete pensando tutti. Anche io, come voi, l'ho pensato più di una volta - praticamente ogni giorno che, leggendo la prima pagina dei quotidiani online, i miei occhi si soffermavano su notizie di attentati e sparatorie avvenute in quella parte del mondo. Poi però ho capito, leggendo le sue parole, che, quando ci si innamora veramente, questo sentimento è più forte - molto più forte - della paura. Oggi (e per tutto il mese di Gennaio) la piccola grande Lori ci insegna proprio questo. E forse lo sapevamo già. Ma fa sempre bene sentirselo ripetere. 

Chiara

Sono nata una settimana esatta prima di Natale, e cresciuta negli anni ’90, quando le produzioni americane hanno sfornato i più grandi classiconi natalizi ambientati in una New York innevata. Eppure, adesso che sono qui in Italia, nell’unica casa in cui ho vissuto fino a quando avevo 20 anni, mi sento isolata ed alienata dal contesto, come se avessi lasciato la vita reale nella mia nuova casa a Istanbul. Una città forse non esteticamente perfetta come le canoniche bellezze nostrane, non pulita ed ordinata come le fantomatiche “città del nord Europa”, non regolare e logica come le città americane dove tutto sembra funzionare mosso da una mano invisibile. Ma Istanbul ti toglie il respiro, come un film che senti che finirà in modo tragico ma non vuoi smettere di guardare perché sai che non sempre i finali tragici rendono il film brutto, anzi.

Persi molti dei suoi aspetti pittoreschi, dei suoi colori e dei profumi per lasciare spazio a palazzoni orrendi che si impongono prepotenti sul profilo della città, la vecchia Costantinopoli non è morta e, anzi, è in continua evoluzione con le sue contraddizioni di capitale de facto di un paese sviluppatosi troppo in fretta e senza una base di istruzione, di cultura e di unità vera, oltre che simbolica. Bombe, colpi di stato, attentati di vario genere ... eppure ogni mattina il suono del vapur [1] riecheggia fino alla mia finestra, puntuale come il muezzin che canta il suo ezan [2] e come il simitçi [3] che passa per strada urlando per vendere anelli di pane al sesamo alle signore che calano i cestini dalle finestre socchiuse.

Ho vissuto a Roma e a Vienna prima di coronare il sogno un po’ infantile e romantico di vivere in Turchia, ma quando le persone mi chiedono se sia stato l’amore a portarmi laggiù rispondo che sì, è stato l’amore, ma non per qualche bell’orientale dagli occhioni neri – quello per la città. Roma è una bella affascinante amante con cui puoi passare del tempo a riempirti gli occhi di bellezza, Vienna è la tranquilla compagna con cui trascorrere gli anni della pensione senza colpi di scena, ma Istanbul è la moglie – o, per me, il marito – e l’amore della vita. Chi si separerebbe dall’amore della sua vita dopo che lui o lei si ammala di una lunga e brutta malattia? Chi lascerebbe sua moglie o suo marito mentre lotta per mantenere il suo posto di lavoro per cui ha tanto faticato? Forse qualcuno, ma non credo molti.

Questa è la mia risposta alla domanda che in questo ultimo anno mi fanno in tanti, e che troppo spesso suona più che altro come una richiesta più o meno implicita di “tornare a casa”. Visto come un atto di incoscienza o di egoismo impertinente e un po’ scellerato, restare a Istanbul è un atto di amore. Un piccolo modo di partecipare alla tristezza rassegnata e alle difficoltà concrete di un luogo di cui si sono visti i momenti migliori e di cui ora si vedono forse i peggiori. E’ una maniera molto umana di stare vicino a qualcuno, di vivere il mondo senza stare nascosti a guardare nelle nostre casette dove tutto funziona e dove nulla ci scuote. E di continuare a perseguire i propri sogni per quanto poco razionali o logicamente inspiegabili, contro tutta la bruttezza e la cattiveria che ci sono nel mondo.

Per questo, spero non mi giudichiate per questo amore cieco e un po’ sognatore e possiate vincere la paura e magari venirmi a trovare. Magari vi innamorate anche voi!

Lorenza 

[1] La barca usata come mezzo pubblico per passare da un lato all’altro del Bosforo

[2] Il canto che viene fatto cinque volte al giorno per chiamare i fedeli alla preghiera (namaz)

[3] Il venditore di simit, ovvero anelli di pasta tipo pane coperti di sesamo e pekmez, melassa di uva.

Share it!

EnglishItalian

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *