London calling


Ogni tanto ci piace cambiare. In fondo, essere le proprietarie di questo blog vuol dire poter modificare le "regole" che ci eravamo prefissate, almeno ogni tanto. Eh si, ormai chi ci segue l'avrà capito. Il format che stavamo seguendo era quello di cambiare meta ogni mese e di chiedere ad un'amica o amico quattro diversi articoli che ci raccontassero la sua esperienza da expat. Una piccola presentazione di sé, le prime impressioni sul posto in cui ci si è trasferiti e poi libertà di raccontare aneddoti, di descrivere i posti diventati familiari in terra straniera. Insomma, qualsiasi cosa possa far appassionare noi e voi lettori alla nuova meta descritta.

Abbiamo deciso che Aprile sarà il mese dedicato ad una città che sta sicuramente facendo parlare molto di sé in questo periodo. O meglio, ci fa stare tutti un po' in ansia. Sia per quanto riguarda gli episodi di terrore recenti, che per il tanto discusso distacco dal progetto chiamato Europa. Esatto, stiamo parlando di lei, la capitale del Regno Unito, la città dove c'è quel binario particolare alla stazione di King's Cross che fa sognare gli appassionati di un certo libro di magia...

Londra

Ma.

Visto che la città la conosciamo bene o male un po' tutti - chi per sentito dire, chi perché ci è stato sul serio, data la popolarità come meta turistica (per lo meno fino ad oggi, in futuro... si vedrà) - il format usuale ci sembrava ridondante. 

Per questo proporremo un autore diverso ogni settimana. Tutti Italiani. Tutti expat. Tutti Londinesi acquisiti. E tutti con la loro esperienza personale da raccontare. È su questo, piuttosto che sulla descrizione della città in sé, che ci focalizzeremo.

Partiamo con Luca (detto Pizzo), un nostro carissimo amico che ha avuto il coraggio di dire no a un sistema italiano che ha dell'incredibile e si è deciso a tentare la sorte in Inghilterra. E sapete come si dice: "prima o poi la ruota gira per tutti". E oggi quella ruota ha la forma del London Eye.

Carlotta

Chi lo immaginava. Alla fine, all'estero ci sono andato pure io: una laurea in giurisprudenza, 18 mesi di praticantato, il tempo di ottenere il titolo di avvocato dopo la laurea e poi via: ho deciso di regalarmi una vacanza a Londra, come tanti, per migliorare l'inglese. Poi a Londra, come tanti, ci sono rimasto.

Ci si mette poco a capire come mai così tanti scelgano proprio Londra. Una città da 8 milioni di abitanti tra le più cosmopolita al mondo, una delle più importanti capitali finanziarie, università riconosciute, la promessa di un mercato del lavoro che viaggia ad altre velocità rispetto a quello Italiano e perché no migliaia di pub, ristoranti, club e divertimenti.

Personalmente, le motivazioni che mi hanno spinto ad allontanarmi da casa sono diverse, ma, principalmente, non avendo fatto esperienze all'estero durante l'università, non volevo rimanere con una scarsa conoscenza dell'inglese.

D'altronde, come ogni buon recruiter ha il dovere di dire al colloquio, “nel 2017 non si può non sapere l'inglese alla perfezione”, salvo poi scoprire che nel posto di lavoro in questione non c'è nessuno che davvero lo sa.

Inoltre, ero onestamente stufo di un paese che permette a giovani laureati di farsi sfruttare per 2-3 anni, a fronte di rimborsi spese ridicoli, solo per poter ottenere un’abilitazione professionale, che poi, di fatto, dà la mera possibilità di cercarsi un lavoro da avvocato. Tutto questo in nome della massima “qui da noi ti insegniamo un lavoro, quindi non ti paghiamo”.

Mi sono innamorato di Londra nel 2015: una delle vacanze pasquali più fredde e ventose che abbia mai passato. Eppure, nonostante il tempo infame, mi colpì in particolare l’insieme delle diverse architetture che, a mio parere, riflette in pieno il melting pot di persone e culture che si percepisce al primo approccio. Dalla ruota panoramica alta 200 m di fronte all’austera House of Parliament, alla cupola di St. Paul che si affaccia di fronte alla galleria d’arte Tate Modern che nel '900 ospitava una centrale elettrica. E ancora, dai quartieri hipster ed alternativi di East London, pieni di locali della movida notturna ricavati in locali ex industriali, alle inglesissime residenze milionarie dell'Ovest.

Passato l’esame di stato, quindi, sono partito a Gennaio 2016, deciso a godermi il mio soggiorno linguistico nella speranza di fermarmi almeno qualche mese senza spendere una barbarità​. Considerato che nel Gennaio pre-Brexit la sterlina valeva ancora parecchio di più dell'euro, mi sono ritrovato dopo solo un mese a cercare un lavoro in bar e ristoranti e al contempo mi sono mosso per sondare il terreno su un possibile lavoro più attinente al mio percorso di studi.

Risultato: dopo circa un paio di settimane passate a zonzo per la città consegnando CV a mano nei posti che più mi ispiravano, ho trovato posto come barista in un ristorante di cucina italiana, che serve risotti e pizze dalle discutibili combinazioni di ingredienti, di proprietà inglese e con personale a prevalenza polacca.

Intanto, la sera era dedicata a contattare online chiunque mi potesse aiutare con la ricerca di un lavoro nel settore legale: recruiter, studi internazionali, avvocati italiani trapiantati a Londra. Ovviamente non mancava qualche birra al pub con amici e persone conosciute nel frattempo.

Dopo meno di 10 giorni dall’inizio del lavoro di barista (in cui di certo non brillavo!) ho ricevuto la chiamata di un’agenzia che cercava avvocati italiani per lavorare su una fusione di due società attive in Italia, ma seguita da uno studio con sede nella City. Il lavoro consisteva nella raccolta e classificazione dei documenti​ da inviare alla Commissione Europea che avrebbe considerato gli effetti della fusione sulla concorrenza nel mercato europeo. In pratica, lo studio legale che seguiva l’operazione si appoggiava ad una società esterna per svolgere il lavoro sui documenti che non sarebbe stato possibile svolgere internamente.

Oggi, un anno dopo circa, continuo a lavorare per la stessa società su diversi progetti e non posso che dire di essere soddisfatto di quanto fatto fino ad ora, anche se ovviamente la strada sarà ancora lunga. Ad oggi, comunque, non ci sono rientri previsti e, nel frattempo, da qualche mese, mi ha raggiunto Lara, la mia compagna, farmacista, che ha trovato lavoro vicino a casa in tempi record e anche lei è soddisfatta delle possibilità e della vita che offre la città.

Qualche nota pratica poi, per chi avesse in mente di spostarsi a Londra: per lavorare bisogna prima di tutto ottenere il National Insurance Number (NINo,equivalente al nostro codice fiscale) e aprire un conto corrente. Il NINo si ottiene tramite colloquio presso il centro per l’impiego più vicino in cui vengono richiesti dati anagrafici, l’attuale residenza in UK e le precedenti. Per il conto, le banche chiedono in genere 2 prove di residenza in Regno Unito: bollette, contratti di affitto o di lavoro, il NINo stesso.

É facile che si creino situazioni paradossali: per lavorare devi avere un conto e per avere un conto devi lavorare, così come per affittare casa o una camera è facile che vengano chieste referenze di un datore di lavoro o di un precedente proprietario che vi abbia affittato casa. Tutte cose che difficilmente si hanno appena arrivati. Non resta che insistere con i documenti che si hanno, chiedendo in più filiali possibili e sperare nella flessibilità di agenti immobiliari e proprietari.

Lati negativi? Ovviamente ne ha anche Londra.

Sicuramente segnalerei i prezzi e le condizioni delle case; con 13.000 euro al metro quadro come prezzo medio di acquisto e migliaia di case-investimento da cui i proprietari vogliono trarre il massimo profitto, alloggi economici non esistono! I prezzi sono semplicemente inconcepibili per chi arriva dalla provincia italiana, i locali sono più piccoli, le finiture economiche e quello che riteniamo lo standard in Italia qua si chiama luxury.

Scordatevi la macchina, poi. Ci si muove coi (carissimi) trasporti pubblici! Che, bisogna riconoscerlo, sono efficientissimi e iper capillari, ma la nostalgia della guida ogni tanto si fa sentire.  

Infine, come sono gli Inglesi? Non vorrei generalizzare, ma, per la mia esperienza, oltre ad essercene pochi e pur essendo generalmente affabili e gentilissimi, mi sembra non abbiano lo stesso nostro bisogno di “contatto umano”. É difficile instaurare relazioni e fare amicizia, forse è il sangue mediterraneo e la condizione di expat che fa sentire il bisogno di relazionarsi con altri, ma spesso è più facile ritrovarsi con persone di altri paesi (europei, americani, australiani e neozelandesi) piuttosto che con locali. Che la vera risorsa londinese siano davvero gli stranieri? Intanto il countdown della Brexit è inziato...    

Luca

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